Ergo Sum: Descartes Diptych

ispirato alle teorie di René Descartes

coreografia Marco Chenevier
interpreti Compagnia EgriBiancoDanza Gianna Bassan, Fabio Cavaleri, Longdoz Tabatha, Cristian Magurano, Francesco Moriello, Oxana Romaniuk
produzione Fondazione Egri per la Danza
coproduzione Giardino Chiuso
con il sostegno di MiC – Ministero della Cultura, Regione Piemonte, Fondazione CRT, TAP – Torino Arti Performative, Comune di San Gimignano_Assessorato alla Cultura, PARC Performing Arts Research Centre

Geometria delle passioni, questo il titolo scelto dal coreografo Marco Chenevier per l’opera coreografica dedicata al noto filosofo e matematico Cartesio creata per la Compagnia EgriBiancoDanza all’interno del progetto Ergo Sum. «I fondamenti di una scienza meravigliosa», come il pensatore francese era solito chiamare i principi della nuova scienza, vengono rappresentati dai corpi dei danzatori sulla scena che restituiscono la meccanica che domina i legami delle passioni.

ERGO SUM: DESCARTES DIPTYCH è l’ultima tappa dell’omonimo progetto Ergo Sum, a cura di Raphael Bianco, che la Compagnia EgriBiancoDanza ha dedicato alle intuizioni e visioni di grandi pensatori della nostra civiltà: Montaigne, Leonardo e Einstein. Quest’ultimo tassello si ispira alle teorie sull’esistenza di René Descartes ed è affidato a due interessanti figure della giovane danza autoriale contemporanea: Daniele Ninarello e Marco Chenevier.

Per maggiori info visita il sito egridanza.com

Entanglement

creazione e interpretazione Lorenzo di Rocco, Jennifer Lavinia Rosati
musiche Zack Hemsey

Vincitore Premio Twain_direzioniAltre 2021

produzione Giardino Chiuso/Orizzonti Verticali, Fondazione Fabbrica Europa/PARC Performing Arts Research Centre
con il sostegno alla produzione di TWAIN Centro di Produzione Danza e PERIFERIE ARTISTICHE – Centro di Residenza Multidisciplinare del Lazio
con il contributo di MiC Ministero della Cultura, Regione Toscana

L’idea del lavoro nasce dall’indagine di un affascinante concetto appartenente al mondo delle particelle: l’entanglement, quel misterioso fenomeno della meccanica quantistica già definito da Einstein come “un’azione a distanza”, in cui due microparticelle, inizialmente fatte entrare nello stesso stato quantico, possono risultare connesse anche se poste successivamente a grande distanza una dall’altra.
Dall’esplorazione di questo fenomeno scaturisce una riflessione sul rapporto tra atomo e uomo, intesi uno come la riproduzione in scala dell’altro, avvalorando dunque l’ipotesi che l’entanglement possa verificarsi anche nella nostra realtà.
Gli esseri umani creano costantemente relazioni che influenzano lo status quo emotivo gli uni degli altri, indipendentemente da come sia la relazione, risultando uniti da un legame impercettibile. Un legame infinito, che lascia una traccia indissolubile nel tempo e nello spazio.
Alla fine di questo periodo scuro, la ricerca dell’altro, la ricerca del contatto sia fisico che intellettuale è diventato nuovamente necessario affinché possano prosperare nuove idee e nuovi percorsi artistici cercando contaminazioni tra tutte le arti e le scienze. Il nostro lavoro si inserisce proprio in questo contesto, il concetto di entaglement si trova in perfetta sintonia con le difficoltà e i pericoli che la globalizzazione evidenzia e che l’attuale pandemia sta sottolineando. Il pericolo di perdere nuovamente il contatto fisico, di ricreare nuovi confini ancorché virtuali che rinchiudono anziché aprire nuove porte è reale e preoccupante. Da questo punto di vista il percorso che prende in analisi gli intrecci e i “dialoghi” tra particelle diventa affascinante, portandoci in una dimensione “altra” per scandagliare le nostre capacità umane di relazionarsi. Un’eredità quasi romantica, disperatamente alla ricerca di un contatto reale, che cerca di mantenere questa connessione seppur a distanza.
Scagliati in una dimensione in cui micro e macro si fondono in una realtà elastica, due corpi la esplorano, mossi verso un incontro involontario.
Incontrandosi ed entrando uno nello spazio intimo dell’altro, iniziano a comunicare e, attraverso un incessante contatto, intrecciano i fili di una connessione infinita creando immagini di esperienze passate, presenti o future che, come ologrammi, prendono vita. Danno così origine ad uno scambio di informazioni che consentirà loro di porre le basi per un’interazione possibile a qualsiasi distanza.
Indagando lo sviluppo scenico di questo concetto, abbiamo individuato una delle forme più emblematiche del contatto umano, “l’abbraccio”, come flusso di energia in grado di connetterci a livello profondo con il prossimo.

 

Lo Spazzasuoni – Suono uno

ispirato all’omonimo racconto di J. G. Ballard

testo Tuccio Guicciardini
in collaborazione con Carla Tatò
mise en espace e progetto Tuccio Guicciardini, Patrizia de Bari, Andrea Montagnani
produzione Giardino Chiuso/Orizzonti Verticali

Lo Spazzasuoni è ispirato all’omonimo racconto di J.G.  Ballard, ambientato in un futuro distopico dove la tecnologia  prende il sopravvento sulle qualità umane e si traduce in uno  scontro tra il passato, presente e futuro. Il decadimento di  una generazione ne partorisce una nuova che non riconosce e  fagocita la prima, senza rimorsi, senza riconoscenza. Due  pensieri che discutono animatamente tra loro, consapevoli  della ineluttabile conclusione della querelle. Siamo in un mondo in cui la musica, la voce recitata, per come le conosciamo adesso, non esistono più: si ascolta ora, in maniera inconscia,  attraverso una tecnica ultrasonica, e il suono rimane intriso nelle stanze dove viene ascoltato; motivo per cui viene istituita  una figura di “pulitore”, lo spazzasuoni. Un’attrice, Madame  Gioconda, devastata dalla fine della sua carriera e dalle droghe, tenterà una sfiancante e effimera difesa dei suoni, della  musica, del pensiero e della scrittura espressa vocalmente, dell’arte “sporcata” dall’esuberanza dei vizi acustici quotidiani e inaspettati ma quindi viva e irripetibile. La nostra Madame Gioconda si nasconde in un rifugio sotterraneo dove i suoni le sembrano protetti, e incessantemente tenterà di  replicarli all’infinito; sono suoni pieni di sporcature che si  depositano nelle intersezioni del muro, in ogni crepa, in  ogni angolo. L’arrivo dello spazzasuoni metterà tutto il suo  sforzo in pericolo, tutto rischia di essere ripulito,  sterilizzato. Una lotta impari, un destino già scritto?

«Verso mezzanotte l’emicrania di Madame Gioconda si era fatta violenta. Per tutto il giorno le pareti e il soffitto della sala acustica abbandonata avevano echeggiato dell’incessante frastuono del traffico centro cittadino sfrecciante sul viadotto che s’inarcava quindici metri sopra il tetto dello studio, una spasmodica forsennata babele di clacson scalpitanti,  pneumatici stridenti, frenate laceranti e motori rombanti che tempestava lungo le scale e i corridoi deserti sino a inondare la sala acustica al secondo piano, appesantendo e inasprendo l’aria avvizzita. Snervanti ma per lo meno impersonali, erano suoni che Madame Gioconda poteva tollerare. Al crepuscolo, però, quando il viadotto s’ammansì, vennero soverchiati dai misteriosi battimani dei suoi fantasmi, l’applauso d’indefinita provenienza che stormiva sul palcoscenico scaturendo dalle  tenebre circostanti.

Nato dalle prime file come uno sporadico sfarfallio si propagò  in fretta a tutta la sala gonfiandosi a una tumultuosa ovazione in cui lei sorprese d’improvviso una nota di sarcasmo, uno specifico mugghio di scherno che le conficcò in fronte un  aculeo lancinante, seguito da un uragano di fischi e sberleffi che saturarono l’aria torturata ricacciandola verso il divano dove lei giacque boccheggiando sgomenta, finché a mezzanotte non giunse Mangon a precipitarsi sul palcoscenico  con l’aspirasuoni».

Le oscure qualità ch’amor mi dona

liberamente ispirato alla Vita nova
con Virginio Gazzolo

Bianchisentieri
ideazione Tuccio Guicciardini, Patrizia de Bari
coreografia Patrizia de Bari
visual Andrea Montagnani/pupillaquadra
composizioni originali Sabino de Bari
interprete Jennifer Lavinia Rosati
costume Rosaria Minneci
produzione Giardino Chiuso, Fondazione Fabbrica Europa
in collaborazione con Festival Dante2021
con il sostegno di MiC_Ministero della Cultura, Regione Toscana
con il patrocinio di Associazione Beni Italiani Patrimonio Mondiale

Le oscure qualità ch’Amor mi dona, dal secondo verso con cui il Poeta completa la descrizione del proprio stato amoroso, trae ispirazione dalla Vita nova, e Virginio Gazzolo, già premio Dante-Ravenna 2013, presta ancora una volta la propria maestria di interprete alla parola dantesca. Nasce da questa esperienza il connubio con Bianchisentieri, una narrazione coreografica e simbolica rappresentata attraverso danza, video, scenografia. In un intersecarsi di linguaggi diversi ma accomunati da una stessa matrice, che passa dalla parola scritta, evocata, a quella parlata e filtrata attraverso l’arte della recitazione, la nostra traghettatrice, nel suo continuo peregrinare, incontra la parola di Dante, in una perfetta alchimia. Il lavoro debutta al festival Dante2021 a Ravenna nel settembre 2021.

“Uno strano essere (animale? vegetale?) si aggira fra di noi, umani del 21° secolo, trascinandosi dietro un fardello di segni alfabetici privi di senso, testimonianza di una sapienza perduta: geroglifici che, danzando in silenzio, si uniscono fino a tracciare il disegno di tre parole antiche:

INCIPIT VITA NOVA

E queste mute parole scritte lentamente prendono corpo e voce: inizia così il racconto di una storia di sogni, di estasi, di visioni.
E’ un storia di amore e morte: Dante e Beatrice.
Ed è anche un canto: di speranza in una nuova vita.”

Virginio Gazzolo

L’Imputato non è colpevole_Studio

messa in scena Tuccio Guicciardini, Patrizia de Bari
riduzione teatrale Tuccio Guicciardini
interpreti Annibale Pavone, Sebastiano Geronimo
voci off Igor Horvat, Alessio Martinoli
costumi Marilù Sasso
consulenza storico documentaristica Fulvio Cortese
fotografia Francesco Spagnuolo, Francesca Di Giuseppe
consulenza per la lingua armena Elen Adamyan
produzione Giardino Chiuso, Fondazione Fabbrica Europa
con il contributo di MiC_Ministero della Cultura, Regione Toscana, Comune di San Gimignano_Assessorato alla Cultura
con il patrocinio di Unione degli Armeni d’Italia, Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia

Il 15 marzo 1921 un turco corpulento cammina per le strade di Berlino. Uno studente armeno, Soghomon Tehlirian, lo raggiunge e lo colpisce mortalmente con una pallottola. La vittima era Talaat Pascià, già Ministro degli Interni e uomo forte del governo dei “Giovani Turchi”, rifugiatosi in Germania dopo la sconfitta dell’impero ottomano nel primo conflitto mondiale e ritenuto il principale responsabile del genocidio armeno. Qualche mese dopo, il 2 e 3 giugno 1921, dinanzi alla Corte d’Assise del Tribunale di Berlino, viene celebrato il processo a carico di Tehlirian: dopo un intenso e drammatico dibattimento lo studente armeno viene assolto. Ripercorrere oggi gli atti di quel clamoroso processo, cercando di capire perché un omicida venne assolto e la sua vittima moralmente condannata, consente di cogliere, accanto alle motivazioni politiche da cui scaturì quella sentenza, una serie di inconfutabili dati storici che rendono tuttora attuale e non archiviabile la questione armena. Nella riduzione degli atti processuali, la compagnia mette a fuoco l’intenso interrogatorio di Tehlirian, dove emergono gli orrendi racconti dei massacri perpetuati dai turchi verso la popolazione armena e la continua e inesauribile sofferenza del giovane studente, che lo porterà ad una soluzione drammatica ma “necessaria”. Uno spettacolo che dà voce alla storia e alla natura, molte volte inconcepibile, dell’uomo.
L’ambientazione scenica è scarna, essenziale. I due protagonisti, l’imputato e il Presidente, sono volutamente astratti, fuori da ogni contesto temporale, per sottolineare l’universalità e la ripetitività delle storture e delle aberrazioni umane. Le parole prendono corpo e si concretizzano, nude, come testimonianza scolpita nella pietra. La linea drammaturgica porta ad un quesito fondamentale per le nostre coscienze: quale giustizia è giusta? Quella dei codici, delle norme e delle leggi scritte o quella di un’umanità “universale”, una giustizia intima, che nasce dall’anima. La ricerca di ristabilire quanto meno un’idea plausibile di giustizia, affinché la storia non diventi una farsa totale.

Nella ricorrenza del centenario dell’avvenimento, la compagnia Giardino Chiuso vince il bando Così remoti, così vicini – Nuove idee per un teatro a distanza promosso dalla Fondazione Toscana Spettacolo Onlus (FI) e realizza la digitalizzazione in Realtà Virtuale dello spettacolo (Progetto Oculus. L’imputato non è colpevole).

Per vedere il teaser dello spettacolo clicca sul link: L’imputato non è colpevole

Entanglement_Studio2

creazione e interpretazione Lorenzo di Rocco e Jennifer Lavinia Rosati
musiche Zack Hemsey
produzione Giardino Chiuso/Orizzonti Verticali, Fondazione Fabbrica Europa/PARC Performing Arts Research Centre
nell’ambito del progetto di residenza Orizzonti Verticali_cantiere danza
con il sostegno alla produzione di Twain_Centro di Produzione Danza, PERIFERIE ARTISTICHE_Centro di Residenza del Lazio, COB Compagnia Opus Ballet
con il contributo di MiC_Ministero della Cultura, Regione Toscana

L’idea del lavoro è ispirata al concetto di entanglement, quel misterioso fenomeno della meccanica quantistica definito da Einstein come un’azione a distanza. Affascinati ed incuriositi dal gioco delle particelle che, grazie ad un indefinito legame comunicativo, reagiscono in egual modo seppur distanti tra loro, abbiamo iniziato la ricerca del nostro progetto: un intreccio di essenze e corpi legati da una forza tanto profonda quanto potente, che trascende tempo e spazio, annullando il principio di località.
Attratti dall’analogo rapporto tra microcosmo e macrocosmo, intesi come atomo e uomo, come uno la riproduzione in scala dell’altro, ci siamo avvicinati all’idea che i fenomeni che hanno luogo in un mondo infinitamente piccolo come quello delle particelle possano trasporsi nella nostra realtà. Tra i vari fenomeni di cui siamo venuti a conoscenza, siamo rimasti particolarmente colpiti dall’entanglement quantistico, fenomeno in cui due particelle microscopiche, inizialmente interagenti, possono risultare legate tra loro anche poste a grande distanza l’una dall’altra, come se fossero legate da un intreccio invisibile. Da qui nasce una riflessione che proietta l’entanglement sulle relazioni che si instaurano tra gli esseri umani. Le persone creano costantemente relazioni che influenzano lo status quo emotivo degli uni e degli altri, a prescindere dal modo in cui esse comunichino. Ecco allora l’idea di offrirci come “cavie” del nostro esperimento coreografico: creando un incessante contatto che ci permettesse dapprima di trasferire quante più informazioni lavorando come un unico corpo e poi di continuare a condividerle a distanza, danzando come due particelle nello spazio scenico. Indagando su quello che potrebbe essere a livello quotidiano la forma più emblematica di contatto umano, abbiamo deciso di utilizzare “l’abbraccio” come gesto ricorrente della struttura coreografica, un flusso di energia puro e semplice in grado di connetterci a livello più profondo con il prossimo.

Clicca sul link per vedere il trailer di Entanglement_Studio2

Bianchisentieri

ideazione Tuccio Guicciardini, Patrizia de Bari
coreografia Patrizia de Bari
composizioni originali Sabino de Bari
costume Rosaria Minneci
visual art Andrea Montagnani
elaborazioni sonore Daniele Borri
coproduzione Giardino Chiuso, Fondazione Fabbrica Europa
con il sostegno di MiC_Ministero della Cultura, Regione Toscana
con il patrocinio di Associazione Beni Italiani Patrimonio Mondiale

“Sono una traghettatrice impalpabile, sfuggente, come un animale, un animale raro e diffidente. Trascino con me pagine e pagine di scrittura: parole, segni, speranze, sapere, sogni, visioni, appelli, e pagine, pagine, qualcuna bianca, ancora pura da essere solcata da un tratto che illumini, che innamori e ravvivi le menti o alimenti i ricordi.
Il mio destino, il mio percorso… le mie tracce… al mio passaggio prendono forma come nei sogni, assumono una fisionomia concreta, reale, più reale dei sogni.
Il mio carico è prezioso, delicato, faticoso.
Questo trascino, questo destino che mi condanna a fuggire da luoghi persi immediatamente dalla mia memoria, pronta per accogliere fugacemente altre facce, altri visi, altre espressioni, altri paesaggi. Felice, delusa, ridente o piangente, non importa, il mio destino è scritto, nelle (mie) pagine compagne di questo viaggio. Scappo, per sempre, dai luoghi, dal tempo, lasciando tracce dietro di me al mio passaggio.”

Bianchisentieri indaga, con suggestioni visive e sonore, i temi della conservazione e della trasmissione della memoria del nostro patrimonio culturale. La trasposizione in un’immagine evocativa darà vita ad un “animale” raro, forse già scomparso, che trascina un abito costruito con pagine di libri oramai dismessi, pronti per il macero, come simbolo della memoria del passato e depositari del sapere. Le tracce lasciate dal suo passaggio prenderanno forma, come nei sogni, assumendo una fisionomia concreta; rinasceranno desideri, curiosità e voglia di conoscenza. Bianchi come i fogli e Sentieri come i solchi della scrittura, fonte primaria della trasmissione e del sapere.
L’abito rimanda ad immagini e suoni archetipici: scheletro/armatura/ossatura e mare/vento, in una commistione di elementi naturali come l’acqua, l’aria e la terra.
La performance muta a seconda dei luoghi da cui trae ispirazione e che suggeriscono, di volta in volta, nuove partiture coreografiche, sonore e video ed è stata allestita all’interno di biblioteche, musei, teatri, spazi urbani e altri luoghi; l’artista Andrea Montagnani crea, a seconda degli allestimenti, la parte video.
Bianchisentieri è stato rappresentato per la prima volta nelle foreste secolari del Cansiglio e Somadida con il sostegno del Corpo Forestale dello Stato/Riserva Biogenetica del Cansiglio partecipando a Insilva, un progetto per la valorizzazione delle risorse ambientali, collaborazione che continua tutt’oggi. Nel 2016 inaugura il nuovo Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato in occasione della mostra “La fine del mondo” e nel 2020 diviene motivo ispiratore per la nuova edizione del festival Orizzonti Verticali_arti sceniche in cantiere (San Gimignano), con il progetto Sentieri di carta, dal titolo di una pubblicazione dello scrittore Sebastiano Vassalli con il quale la compagnia ha collaborato a più riprese negli anni e gentilmente concesso per l’occasione dalla casa editrice Pulcinoelefante. Nel 2021 Bianchisentieri riceve il riconoscimento dell’Associazione Beni Italiani Patrimonio Mondiale.

Bianchisentieri non è solo uno spettacolo, ma, grazie alla sua natura altamente adattabile e comunicativa, si presta a percorsi laboratoriali di diverso tipo. Attraverso azioni trasversali, infatti, è possibile svolgere attività di coinvolgimento a vari livelli, che possano rigenerare il senso di comunità e veicolare allo stesso tempo il valore dell’azione culturale.

Clicca sul link per vedere il trailer di Bianchisentieri

Pinocchio

new 2026 production

choreography by  Patrizia de Bari dramaturgy by Tuccio Guicciardini cast to be announced set design and video by Andrea Montagnani press and media relations by Pina Izzi costumes by Santi Rinciari/Opificio della Moda e del Costume and Marilù Sasso sound design by Daniele Borri scenic element by Takeshi Tamashiro / Lautak coordination of the project by Rosanna Brocanello technical management by Saverio Cona production by Giardino Chiuso COB/Opus Ballet coproduction by Fondazione Fabbrica Europa Versiliadanza in collaboration with Fondazione Teatro della Toscana/Teatro della Pergola project supported by Fondazione del Maggio Musicale Fiorentino/Opera di Firenze and NCA.Small Theatre Yerevan with the contribution of MiC_Ministry of Italian Culture, Tuscany Region

Giardino Chiuso Company and COB/Opus Ballet Company began, in 2018, an artistic collaboration to create a dance-theatre performance based on one of the masterpieces of world literature: Pinocchio. The famous wooden puppet has inspired countless stage interpretations — from theatre to dance, from musical to cinema — with varying degrees of success, dramaturgical precision, and respect for Collodi’s fantastic and controversial character. Yet it is precisely this chameleon-like quality that has ensured Pinocchio’s enduring success. Dissected, reduced, distorted, reinvented — Pinocchio always manages, like the mischievous rascal he is, to maintain his integrity, his impertinent puppet’s gaze, his good name. It is thanks to this interpretative generosity that our work also seeks to bring his world to life once again, but with a distinctly imaginative and symbolic direction. Pinocchio takes shape, molded by contemporary expressive needs — once again, the wooden log comes to life to tell its story from a renewed and different perspective.

The staging draws inspiration from On the Marionette Theatre by Heinrich von Kleist, the German poet, playwright, and writer. His philosophical vision allows us to place our Pinocchio within an intuitively recognizable framework: the marionette exists between the divine and the earthly, constantly recreating that unique and unrepeatable moment often associated with the work of art itself — the same supersensible condition as that of the artist, who perceives reality from alternative viewpoints. This magical wood, therefore, mysteriously and consciously appears in Mastro Geppetto’s workshop, awaiting the marvelous, intricate, and fantastic birth of a character who unmistakably transcends the everyday, immediately ready to escape toward discovery, driven by a naïve curiosity to become part of the world. Sincere yet mischievous toward humanity, Pinocchio — who, in this interpretation, mirrors the figure of the artist — observes everything around him with curiosity and expectation. Yet his misadventures and his longing for freedom will ultimately lead him to surrender completely to the material world, choosing to become flesh and blood, accepting anonymity within mass society — effectively sacrificing his “divine” essence for a human one. Scenes follow one another relentlessly, in fantastic and perilous journeys through sensations, emotions, affection, justice, uncertainty, friendship, betrayal, joy, tears, poverty, and honesty. A Pinocchio who, like the artist, looks at the world as if for the very first time — with innocent and ever-curious eyes. A pure soul.

Dance, spoken word, video, and music carry the audience into a suspended, engaging, and magical dimension, striving to narrate and defend Pinocchio’s intrinsic freedom. Our work unfolds in a constant interplay of light and shadow, evoking Collodi’s time through its atmosphere and imagery, while simultaneously projecting the performance into the contemporary world — through an abstraction that is essential to our artistic identity. The video component, strictly in black and white, reintroduces the original illustrations by Enrico Mazzanti from the first edition of the book, published in 1882.

 

nuova produzione 2026

coreografia Patrizia de Bari drammaturgia Tuccio Guicciardini con la partecipazione di Virginio Gazzolo interpreti Tamara Aydinyan, Leonardo Diana, Lorenzo Di Rocco, Isabella Giustina, Gianmarco Martini Zani, Stefania Menestrina, Giulia Orlando, Riccardo Papa, Françoise Parlanti, Jennifer Rosati scenografia e video Andrea Montagnani costumi Santi Rinciari/Opificio della Moda e del Costume sound design Daniele Borri ideazione e realizzazione elemento scenico Takeshi Tamashiro/Lautak aiuto costumista Marilù Sasso direzione tecnica Saverio Cona coordinamento progetto Rosanna Brocanello produzione Giardino Chiuso e COB/Opus Ballet coproduzione Fondazione Fabbrica Europa per le arti contemporanee e Versiliadanza in collaborazione con Fondazione del Maggio Musicale Fiorentino e NCA.Small Theatre, Yerevan con il sostegno di MiC, Regione Toscana

Il progetto artistico della compagnia Giardino Chiuso, in collaborazione con COB/Compagnia Opus Ballet, inizia nel 2018 con la volontà di creare uno spettacolo di teatro danza su uno dei capolavori della letteratura: Pinocchio.
Riproporre un Pinocchio in danza non è mai banale; sul celeberrimo burattino di legno sono state prodotte innumerevoli letture sceniche, dal teatro alla danza, dal musical al cinema, con più o meno fortuna, con più o meno correttezze drammaturgiche, con più o meno rispetto per il fantastico e controverso personaggio collodiano. Ma è proprio questa facoltà camaleontica che ha contribuito a costruire il suo indiscusso successo. Sezionato, ridotto, stravolto, rivolto, Pinocchio riesce sempre, da buona “birba”, a mantenere la sua coerenza, il suo impertinente sguardo di burattino. Il suo buon nome!
Grazie a questa generosità interpretativa anche il nostro lavoro vuole far rivivere il suo mondo, ma con una distinta direzione immaginifica e simbolica: Pinocchio si forma, si modella sulle necessità espressive contemporanee, ancora una volta il ceppo di legno prende vita per raccontarsi sotto una luce nuovamente diversa.
Le parole di Kleist tratte dal “Teatro delle marionette” che aprono lo spettacolo, affidate all’interpretazione di Virginio Gazzolo, ci danno l’opportunità di collocare il nostro Pinocchio in una lettura intuitivamente riconoscibile. La marionetta si inserisce tra il divino e il terreno, ricreando continuamente quella fase irripetibile che viene spesso coniugata con l’opera d’arte, la stessa condizione soprasensibile dell’artista, che percepisce la realtà con altri punti di vista.
Questo legno magico, quindi, misteriosamente e consapevolmente appare nella bottega di Mastro Ciliegia, in attesa di una nascita meravigliosa, intricante e fantastica di un personaggio che trascende inequivocabilmente dal quotidiano e immediatamente pronto per una fuga verso la scoperta e la ingenua curiosità di far parte del mondo.
Sincero e dispettoso verso l’umanità, Pinocchio, che in questa lettura è il riflesso dell’artista, scruta curioso e pieno di aspettative tutto quello che accade intorno a lui. Ma le sue disavventure e la sua voglia di libertà lo porteranno, suo malgrado, ad assoggettarsi completamente al mondo terreno, scegliendo di diventare di carne e ossa e accettando l’anonimato nella massificazione, praticamente suicidando la sua parte “divina” per quella umana.
Le scene si susseguono incessantemente, senza tregua, in viaggi fantastici e perigliosi alla scoperta delle sensazioni, degli affetti, della giustizia, dell’incerto, dell’amicizia, del tradimento, del divertimento, delle lacrime, della povertà, dell’onestà. Danza, parola, video, musica portano lo spettatore in una dimensione sospesa, coinvolgente e magica cercando di raccontare e difendere la libertà intrinseca di Pinocchio. Un Pinocchio che, come l’artista, guarda il mondo come fosse sempre la prima volta, con occhi ingenui e sempre curiosi. Un’anima pura.

Clicca sul link per vedere un estratto di Pinocchio

Inverno

coreografia Patrizia de Bari
musica originale per violoncello Julia Kent
danza Françoise Parlanti
drammaturgia Tuccio Guicciardini
elementi scenici e live visuals Andrea Montagnani
luci Mario Mambro
assistente alla produzione Jenifer Zuggò
foto di scena Francesca Di Giuseppe, Francesco Spagnuolo
coproduzione Giardino Chiuso/Orizzonti Verticali/Fondazione Fabbrica Europa

Inverno si addentra nelle tematiche e nelle suggestioni legate a questa stagione della natura mettendole in relazione alla stagione del ciclo della vita. Lo spettacolo si sviluppa tra questi due piani, in un dialogo continuo tra il reale e il simbolico.
La pièce è parte di un lavoro in progress sulle stagioni, che scandiscono la nostra quotidianità con ritmi temporali certi e in qualche modo rassicuranti, ma ineluttabili. Questo scorrere del tempo ci suggerisce una riflessione sul suo avanzamento inarrestabile, stimolando la ricerca di come il linguaggio scenico possa restituirne la sua percezione, il suo defluire inesorabile e, in una visione più ampia, trovare un senso alla ciclicità.
Il percorso narrativo dello spettacolo si focalizza sull’attesa, sulla stasi forzata, dove la materia del freddo si insinua impalpabile, alla ricerca di una risposta, di un futuro, di un altrove. In inverno sembra che il paesaggio si fermi mentre tutt’intorno il tempo continua, incessante, il suo defluire. La metafora tra l’esistenza umana e l’inverno di un nostro tempo, sia esso la fine ineluttabile del ciclo vitale o il momento di passaggio ad una condizione altra, genera contrapposizioni tra la visione gelida, arida e desolata e un’atmosfera di riposo e intimità, che ci proietta in un destino comune di immobilità, in luoghi nebbiosi dell’anima.
Un unico elemento scenico come contenitore della memoria, del ricordo, delle esperienze vissute, crea un dialogo indissolubile con l’interprete; un bagaglio importante, ingombrante, pesante, dal quale non riesce a liberarsi, ma che forse custodisce le risposte ricercate. Le immagini video, che si susseguono incessantemente, riflettono uno stato d’animo complicato, sospeso tra il ricordo e la rassegnazione, tra la paura e la speranza, passando da ambientazioni vorticose ad altre di estrema essenzialità. Le composizioni di Julia Kent nascono durante il processo creativo e si inseriscono nella drammaturgia dando voce, con la loro struttura ciclica, al trascorrere di un tempo che ritorna, con sonorità ora lievi e sospese, ora estreme e ridondanti. Il lavoro si basa su una rigorosa partitura in cui ogni linguaggio concorre a creare immagini evocative, disegnando uno spazio scenico dai colori invernali in continua trasformazione.
Nel 2018 si concretizza la collaborazione con il pittore Pino Chiezzi che avvia uno studio pittorico ispirato alle geometrie gestuali della coreografia; ne nasce la mostra Danzaconforme, a cura di Roberto Mastroianni e presentata alla Galleria Liconi Arte (TO), dal titolo “Melissa d’Inverno”.

Clicca sul link per vedere il trailer di Inverno

Il Supermaschio

di Alfred Jarry
adattamento teatrale Sebastiano Vassalli
regia Tuccio Guicciardini
movimenti Patrizia de Bari
con Annibale Pavone, Camilla Diana
elementi scenici e video Andrea Montagnani
costumi Marilù Sasso
con il sostegno di Regione Toscana
coproduzione Festival Orizzonti Verticali
con il sostegno di Fondazione Fabbrica Europa per le arti contemporanee

Nel 2013, anno della ripubblicazione del romanzo di Alfred Jarry “Il Supermaschio” (Bompiani), lo scrittore Sebastiano Vassalli cura un’efficace riduzione per il teatro, edita da Interlinea Edizioni.
Tra i suoi romanzi Il Supermaschio occupa un posto tanto particolare che, poco prima di morire, Jarry non riusciva a togliersi di mente l’immagine inquietante del suo protagonista. Nel teatro dell’assurdo e della debolezza umana di Jarry quindi non c’è posto soltanto per il deforme Ubu, creatura crudele, codarda e grottesca, ma l’autore ci propone anche il suo alter ego, il “supermaschio”, ferreo esecutore del paradosso secondo cui “L’amore è un atto senza importanza perché lo si può fare all’infinito”. Camuffato dietro le sembianze di un mediocre individuo, il protagonista Andrè Marcueil è “un soldo d’uomo”. Porta giacchette striminzite, occhialini a pince-nez e colletti alti. Si pettina con la scriminatura. Sembra un impiegato di terz’ordine, una nullità, ma quando si trasforma in “supermaschio” è “l’Indiano”: un uomo muscoloso, tatuato e rosso di pelle, in grado di compiere imprese ai limiti dell’incredibile e dell’impossibile. Ellen Elson è “un soldo di donna”. Anche lei, però, ha una personalità segreta e dalle risorse nascoste. Anche lei ha un’anima di “superfemmina” e può rivelarla. La grande scommessa è lanciata: superare il favoloso record di amplessi dell’indiano “tanto celebrato da Teofrasto”. La vicenda grottesca per superare il record s’intreccia ad un indimenticabile “cinque giorni” su pista durante la quale un treno e una quintupletta a pedali, più un nano e un’ombra, gareggiano su una distanza di diecimila miglia.
Romanzo d’anticipazione, di fantascienza, dell’assurdo, dell’orrore? Risata sull’amore moderno ed elogio delle grandi velocità? Lamento ghignante sul destino dell’uomo? Patafisica come “scienza delle soluzioni immaginarie”? Il Supermaschio è questo ed altro.
In scena un attore e una danzatrice si immergono in un racconto di parola, movimento e immagini in un gioco di verità e finzione. I piani di realtà si intrecciano e si dipanano, si scontrano e si abbracciano. Le proiezioni video amplificheranno l’immaginario dello spettacolo. L’incredibile vena anticipatrice di Jarry colloca la vicenda in una contemporaneità sorprendentemente attuale… forse anche noi stiamo fluttuando in un mondo “patafisico” senza accorgercene.

Clicca sul link per vedere il trailer de Il Supermaschio

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