messa in scena Tuccio Guicciardini, Patrizia de Bari riduzione teatrale Tuccio Guicciardini interpreti Michele Andrei, Matteo Nigi voci off Igor Horvat, Alessio Martinoli costumi Marilù Sasso consulenza storico documentaristica Fulvio Cortese fotografia Francesco Spagnuolo, Francesca Di Giuseppe consulenza per la lingua armena Elen Adamyan produzione Giardino Chiuso, Fondazione Fabbrica Europa con il contributo di MiC_Ministero della Cultura, Regione Toscana, Comune di San Gimignano_Assessorato alla Cultura con il patrocinio di Unione degli Armeni d’Italia, Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia
Il 15 marzo 1921 un turco corpulento cammina per le strade di Berlino. Uno studente armeno, Soghomon Tehlirian, lo raggiunge e lo colpisce mortalmente con una pallottola. La vittima era Talaat Pascià, già Ministro degli Interni e uomo forte del governo dei “Giovani Turchi”, rifugiatosi in Germania dopo la sconfitta dell’impero ottomano nel primo conflitto mondiale e ritenuto il principale responsabile del genocidio armeno. Qualche mese dopo, il 2 e 3 giugno 1921, dinanzi alla Corte d’Assise del Tribunale di Berlino, viene celebrato il processo a carico di Tehlirian: dopo un intenso e drammatico dibattimento lo studente armeno viene assolto. Ripercorrere oggi gli atti di quel clamoroso processo, cercando di capire perché un omicida venne assolto e la sua vittima moralmente condannata, consente di cogliere, accanto alle motivazioni politiche da cui scaturì quella sentenza, una serie di inconfutabili dati storici che rendono tuttora attuale e non archiviabile la questione armena. Nella riduzione degli atti processuali, la compagnia mette a fuoco l’intenso interrogatorio di Tehlirian, dove emergono gli orrendi racconti dei massacri perpetuati dai turchi verso la popolazione armena e la continua e inesauribile sofferenza del giovane studente, che lo porterà ad una soluzione drammatica ma “necessaria”. Uno spettacolo che dà voce alla storia e alla natura, molte volte inconcepibile, dell’uomo.
L’ambientazione scenica è scarna, essenziale. I due protagonisti, l’imputato e il Presidente, sono volutamente astratti, fuori da ogni contesto temporale, per sottolineare l’universalità e la ripetitività delle storture e delle aberrazioni umane. Le parole prendono corpo e si concretizzano, nude, come testimonianza scolpita nella pietra. La linea drammaturgica porta ad un quesito fondamentale per le nostre coscienze: quale giustizia è giusta? Quella dei codici, delle norme e delle leggi scritte o quella di un’umanità “universale”, una giustizia intima, che nasce dall’anima. La ricerca di ristabilire quanto meno un’idea plausibile di giustizia, affinché la storia non diventi una farsa totale.
Nella ricorrenza del centenario dell’avvenimento, la compagnia Giardino Chiuso vince il bando Così remoti, così vicini – Nuove idee per un teatro a distanza promosso dalla Fondazione Toscana Spettacolo Onlus (FI) e realizza la digitalizzazione in Realtà Virtuale dello spettacolo (Progetto Oculus. L’imputato non è colpevole).
interpretazione e collaborazione Barbara Pucci, Benedetto Decesare, Eleonora Bocci, Petra Nannini, Carlotta Ciabatti, Samuel Pifferi, Antonietta Russo, Marta Carapelli, Cristian Sapienza, Violante Peccianti, Sveva Casini. regia e coreografia Irene Stracciati produzione Associazione Atopos, Giardino Chiuso/Orizzonti Verticali in collaborazione con Associazione Riabilita con il sostegno di Regione Toscana, Comune di Siena
si ringrazia Fondo di Beneficenza Intesa Sanpaolo – nell’ambito del Progetto Atopos
Dal marzo 2020 l’organizzazione di volontariato Riabilita, in collaborazione e con il sostegno del Comune di Siena, ha organizzato un laboratorio di danza contemporanea a cura della coreografa e danzatrice Irene Stracciati. Il gruppo è composto da otto persone con differenti patologie psichiatriche, che ad oggi possiamo definire danzatori, e si alternano nel lavoro giovanissimi danzatori e danzatrici che stanno facendo un percorso di preparazione professionale.
Atopos: senza luogo, folle, inattuale, strano e storto. Socrate era un atopos. Socrate era un sovvertitore delle regole. Socrate era un atopos per scelta, e ci insegna ad essere erranti nella comunità e cercare la felicità; a lui interessa comprendere e decide di ascoltare le altre persone: pur soffrendo il proprio tempo desidera capirlo e viverlo.
Il danzatore Atopos è un sovvertitore delle regole suo malgrado: senza luogo, inattuale, strano, solitamente non approvato e non accettato dalla società.
Il corpo di questi danzatori ha vissuto il sonno per la maggior parte della sua esistenza. L’esperienza del corpo come espressione di un sé bello, poetico, amabile e amato è pressoché sconosciuta a chi soffre di un disturbo psichiatrico; quest’ultimo porta via il corpo da questo tipo di esperienza a priori. Il lavoro fisico durante il laboratorio è iniziato molto delicatamente e lentamente con una scoperta di se stessi. Un guardarsi e guardare gli altri che fa uscire piano piano dal letargo dei sensi. Il danzatore atopos è anche un individuo atopos ma in tutte le sue accezioni negative. Il suo corpo è solitamente brutto, inadatto e lontano ad essere avvicinato a
qualsiasi concetto di bellezza. Solitamente deformato e trasformato da anni di vita statica, solitaria e cure farmacologiche devastanti. Alla condizione psichiatrica si aggiungono conseguenze importanti che aggravano lo stato del corpo.
Un danzatore che faccia un percorso normale nella danza sentirà sempre il privilegio di un corpo incline alla perfezione con un potere sia estetico che meccanico.
Ai danzatori atopos viene chiesto di passare dall’io al tu, di svegliarsi e guardarsi intorno, perché per motivi di storia personale a un certo punto, non lo hanno più fatto. C’è stata
un’interruzione o qualcosa, e non è mai potuta iniziare. Non sceglie di essere un danzatore, lo è perché si trova nella situazione di provare la danza e il movimento. Viene informato del fatto che è possibile essere ed è possibile addirittura essendo portatori di bellezza. Se questo può sembrare normale e addirittura banale per chi pratica la vita da sempre, diventa un fatto straordinario nel caso di esseri umani che per la maggior parte della propria vita vivono e hanno vissuto in uno stato di veglia per lo più incosciente.
Il corpo addormentato è, anch’esso, drammaticamente atopos, viene visitato dalla danza, e si sveglia, a tratti. Il percorso è inverso… si parte dal fisico e si raggiunge inevitabilmente il metafisico, non senza ostacoli, piccoli traumi, rifiuti, dolore, paura.
La bellezza ci sorprende perché prodotta dove nessuno avrebbe mai pensato di trovarla.
Cosa lasciamo quando non ci siamo più? Perché non possiamo non odiare? Perché non sappiamo resistere alla tentazione di sopraffare gli altri? Quanto siamo soli? Quanto siamo importanti per i nostri compagni di viaggio? Perché perdiamo la purezza di quando siamo bambini?
Cosa resta di noi? Cosa resta in noi di chi ci è stato vicino?
Oblio: abbandono, assopimento (con una sfumatura d’intensa dolcezza).
interpreti Lorenzo Di Rocco, Lorenzo Paoli, Jennifer Lavinia Rosati, Henry Tanzini coreografia Lorenzo Di Rocco, Jennifer Lavinia Rosati produzione Zakuro/ Compagnia Giardino Chiuso co-produzione The Gate Florence Dance Urban School
In un luogo sospeso e dimenticato dal tempo, tre figure si trovano ad attendere. Lo spazio che le avvolge, intriso di una quiete eterea e irreale, è abitato da presenze enigmatiche, in continua trasformazione: ora sono umane, ora mostruose, a trai pura energia, altre volte masse tangibili. Queste entità sembrano guidare una presenza, apparentemente congelata in un istante senza tempo, attraverso frammenti di vita che si intrecciano, attraversando epoche e dimensioni. Ogni scena diventa un viaggio sospeso, che sfuma tra sogno, realtà e ricordo, rivelando la fragile linea che separa questi mondi. I fili invisibili che legano i corpi sono ora tesi, ora delicati, visibili o nascosti, svelando un sottile equilibrio tra controllo e libertà. La danza si fa resistenza, aermazione dell’autenticità in un mondo che vacilla tra ciò che è reale e ciò che è illusione, dando vita a un viaggio che interroga l’essenza stessa della nostra esistenza.
interpretata da Carla Tatò regia Tuccio Guicciardini coreografia Patrizia de Bari con Patrizia de Bari, Laudomia Delli Guicciardini video scenari Andrea Montagnani produzione compagnia Giardino Chiuso con il sostegno di Regione Toscana, Comune di San Gimignano_Assessorato alla Cultura
La compagnia Giardino Chiuso propone l’adattamento scenico della famosa fiaba Biancaneve nella versione dei Fratelli Grimm, cercando di mantenerne intatta la morale e il percorso narrativo. Biancaneve è il secondo lavoro tratto dalla raccolta Le fiabe del focolare dei F.lli Grimm, dopo lo spettacolo Cappuccetto Rosso, con l’intenzione di completare una trilogia.
Il testo originale, di cui la prima versione risale al 1812, ha subito nel tempo molte modifiche, edulcorandolo e rendendolo più attuale. La fiaba originale tratta invece argomenti inquietanti
con risvolti psicologici legati al conflitto madre-figlia e al passaggio dall’infanzia all’adolescenza. Addirittura nella prima versione, rispetto a quella più nota poi tramandata fino ai giorni nostri del 1857, la matrigna antagonista di Biancaneve è addirittura la madre, che nutre un sentimento di invidia nei confronti della figlia così grande da desiderarne la morte. La fanciulla riceve un dono, quello della bellezza, attraverso la quale poi riuscirà a trovare la sua indipendenza e la sua salvezza. Ma anche il dono della grazia può contenere il suo contrario.
Nella messa in scena prevalgono i toni bianchi e neri con un solo colore predominante: il rosso. Simbolo di energia, amore, fuoco, potere e sensualità, elementi ben presenti nella fiaba. L’interpretazione di Carla Tatò ne evidenzia gli aspetti sia crudi che nostalgici, con alcuni inserti in lingua tedesca che sottolineano l’origine nordica del racconto.
Lo spettacolo indaga i molteplici aspetti del testo attraverso i vari linguaggi della parola, movimento e video, elementi che definiscono la cifra stilistica della compagnia da molti anni, restituendo una narrazione fantastica e fiabesca aprendo all’immaginazione e all’interpretazione.
Spettacolo di teatro danza per bambini da 5 anni
Durata 50’ minuti
coreografia e danza Patrizia de Bari drammaturgia Tuccio Guicciardini produzione Giardino Chiuso, Regione Toscana in collaborazione con progetto Insilva
Studio per le popolazioni Yanomami del Brasile e Venezuela
coreografia e concept Margherita Landi e Agnese Lanza regia VR e concept VR Margherita Landi post produzione Sasan Bahadorinejad e Cosimo Lombardelli cast video 360 Mirko Cuttini, Sara Della Mora, Margherita Landi ,Agnese Lanza, Iris Pellizzari, Armando Puicher, Daria Rizzardi, Giada Rossi, Anna Toscano, Enea Zancanaro prodotto da Gold Enterprise coproduzione Giardino Chiuso, Compagnia Simona Bucci con il sostegno di Dialoghi/Residenze delle arti Performative a Villa Manin, Festival Contaminazioni Digitali, PimOff
C’è qualcosa che tocca tutti noi nel momento in cui siamo in grado di lasciar andare le nostre resistenze e condividere un abbraccio. La pandemia mondiale ha distrutto la nostra fiducia in questa semplice azione. Peaceful Places (i luoghi pacifici) sono gli spazi tra le nostre braccia. Possiamo imparare ad abbracciare di nuovo?
L’abbraccio è un gesto che tutti conosciamo e condividiamo da quando siamo nati. Stare in un abbraccio costringe a confrontarci con le nostre vulnerabilità, a volte con la scomodità della vicinanza, ma può anche aprire uno spazio temporale in cui possiamo permetterci il lusso di rallentare e finalmente ascoltare noi stessi .
Peaceful Places permette a tutti di trasformare il proprio stato emotivo in movimento, allenando la propria empatia e il corpo ad abbracciare. Persone reali, con veri legami emotivi, guidano il movimento del fruitore condividendone la tenerezza, diventando personaggi archetipici con cui tutti possiamo identificarci.
Il progetto è un’installazione partecipativa e inclusiva. Un’esperienza di vicinanza, grazie a coppie reali e ai loro corpi, e allo stesso tempo un’esperienza di assenza, di solitudine, perché il tocco e l’interazione sono solo immaginati. Un’azione immaginata comunque non è meno reale per la nostra mente. Il movimento che perde la sua funzione diventa simbolico, astratto, diventa danza.
Peaceful Places è innovativo non solo per l’utilizzo di una tecnologia immersiva, ma anche per un utilizzo della Realtà Virtuale completamente diverso dal consueto, capace di ridefinire il rapporto tra pubblico e performer:una performance (dentro il visore) genera una performance (quella dei fruitori) che mostra gesti umani, naturali eppure profondamente sentiti.
“E’ profondamente poetico per noi mostrare un’umanità attenta, concentrata, emozionata. Un messaggio politico che sposta l’attenzione dalla prestazione e dal virtuosismo performativo sul sentire, sull’inclusione. Nel nostro lavoro chiunque può generosamente donare la bellezza del proprio gesto” (Margherita Landi)
In contrasto con l’immagine dei corpi come armi, immagine che è stata utilizzata da vari pensatori per definire il rapporto con l’altro durante la pandemia mondiale, Margherita Landi e Agnese Lanza propongono l’immagine di corpi come luoghi pacifici (Peaceful Places). Un modo per guarire un trauma profondo che tutti abbiamo vissuto, dopo aver scansato tanti corpi negli ultimi anni, finalmente abbiamo l’opportunità di condividere un momento di vicinanza. Una danza morbida e tenera per cambiare il mondo.
Premio Auggie Award Best Art 2021, Santa Clara, CA. Finalista Short International Film Festival, Trieste Semifinalista Dumbo Film Festival, NY. Finalista premio Artkeys
concept e coreografie Margherita Landi e Agnese Lanza VR concept, regia video e montaggio Margherita Landi performer Cora Gasparotti, Lucrezia Gabrieli, Francesca Santamaria produzione GOLD con il sostegno di Residenze digitali 2021, Biennale College Cinema VR 2020, Compagnia Giardino Chiuso
Si tende a pensare che l’assenza sia immateriale dimenticando che essa per essere percepita richiede l’accesso alle proprie memorie fisiche ed emotive. Di fatto non ci può mancare ciò che non conosciamo o non ricordiamo.
Dealing with Absence attraversa diversi media: danza, cinema, realtà virtuale e social media. Un lavoro tecno-poetico che vuole portare l’attenzione su come le tecnologie stanno cambiando le regole delle interazioni tra i corpi, creando sia nuovi limiti che nuove possibilità.
Quello che Dealing with Absence offre allo spettatore è la visione di un viaggio privato, intimo e personale che i danzatori coinvolti eseguono indossando visori VR e ballando partiture di movimenti estratte da film che raccontano e declinano il tema dell’assenza (ad esempio Lo specchio di Tarkovskij e Persona di Bergman).
Il pubblico può assistere a questo viaggio da lontano, da dietro il proprio schermo, e netta rimane per tutto il tempo la consapevolezza che la danza continuerebbe – e quindi continuerà – anche senza di lui. Lo spettatore non vede mai nulla di ciò che appare alle danzatrici attraverso i visori: è nell’intimo della performer che accade un qualcosa che il corpo attraversa rendendolo visibile. Un viaggio solitario anche quando il passo è a due e la danza si fa dialogo: non c’è spazio fisico comune, le stanze e i luoghi rimangono separati, nessun contatto tra i corpi che vivono nello stesso istante in un altrove definito e indefinibile la stessa esperienza.
E danzare l’esperienza appare il modo più profondo di viverla.
Lo schermo come uno specchio,
o lo specchio come uno schermo,
restituisce (o costruisce) un’immagine di sè.
Il visore per vedere, per farsi vedere o per non vedere,
per collegarsi o per scollegarsi
è maschera, stato interiore, metafora.
Ma anche strumento concreto di trasmissione coreografica.
coreografia Marco Chenevier interpreti Compagnia EgriBiancoDanza Gianna Bassan, Fabio Cavaleri, Longdoz Tabatha, Cristian Magurano, Francesco Moriello, Oxana Romaniuk produzione Fondazione Egri per la Danza coproduzione Giardino Chiuso con il sostegno di MiC – Ministero della Cultura, Regione Piemonte, Fondazione CRT, TAP – Torino Arti Performative, Comune di San Gimignano_Assessorato alla Cultura, PARC Performing Arts Research Centre
Geometria delle passioni, questo il titolo scelto dal coreografo Marco Chenevier per l’opera coreografica dedicata al noto filosofo e matematico Cartesio creata per la Compagnia EgriBiancoDanza all’interno del progetto Ergo Sum. «I fondamenti di una scienza meravigliosa», come il pensatore francese era solito chiamare i principi della nuova scienza, vengono rappresentati dai corpi dei danzatori sulla scena che restituiscono la meccanica che domina i legami delle passioni.
ERGO SUM: DESCARTES DIPTYCH è l’ultima tappa dell’omonimo progetto Ergo Sum, a cura di Raphael Bianco, che la Compagnia EgriBiancoDanza ha dedicato alle intuizioni e visioni di grandi pensatori della nostra civiltà: Montaigne, Leonardo e Einstein. Quest’ultimo tassello si ispira alle teorie sull’esistenza di René Descartes ed è affidato a due interessanti figure della giovane danza autoriale contemporanea: Daniele Ninarello e Marco Chenevier.
creazione e interpretazione Lorenzo di Rocco, Jennifer Lavinia Rosati musiche Zack Hemsey
Vincitore Premio Twain_direzioniAltre 2021
produzione Giardino Chiuso/Orizzonti Verticali, Fondazione Fabbrica Europa/PARC Performing Arts Research Centre con il sostegno alla produzione di TWAIN Centro di Produzione Danza e PERIFERIE ARTISTICHE – Centro di Residenza Multidisciplinare del Lazio con il contributo di MiC Ministero della Cultura, Regione Toscana
L’idea del lavoro nasce dall’indagine di un affascinante concetto appartenente al mondo delle particelle: l’entanglement, quel misterioso fenomeno della meccanica quantistica già definito da Einstein come “un’azione a distanza”, in cui due microparticelle, inizialmente fatte entrare nello stesso stato quantico, possono risultare connesse anche se poste successivamente a grande distanza una dall’altra.
Dall’esplorazione di questo fenomeno scaturisce una riflessione sul rapporto tra atomo e uomo, intesi uno come la riproduzione in scala dell’altro, avvalorando dunque l’ipotesi che l’entanglement possa verificarsi anche nella nostra realtà.
Gli esseri umani creano costantemente relazioni che influenzano lo status quo emotivo gli uni degli altri, indipendentemente da come sia la relazione, risultando uniti da un legame impercettibile. Un legame infinito, che lascia una traccia indissolubile nel tempo e nello spazio.
Alla fine di questo periodo scuro, la ricerca dell’altro, la ricerca del contatto sia fisico che intellettuale è diventato nuovamente necessario affinché possano prosperare nuove idee e nuovi percorsi artistici cercando contaminazioni tra tutte le arti e le scienze. Il nostro lavoro si inserisce proprio in questo contesto, il concetto di entaglement si trova in perfetta sintonia con le difficoltà e i pericoli che la globalizzazione evidenzia e che l’attuale pandemia sta sottolineando. Il pericolo di perdere nuovamente il contatto fisico, di ricreare nuovi confini ancorché virtuali che rinchiudono anziché aprire nuove porte è reale e preoccupante. Da questo punto di vista il percorso che prende in analisi gli intrecci e i “dialoghi” tra particelle diventa affascinante, portandoci in una dimensione “altra” per scandagliare le nostre capacità umane di relazionarsi. Un’eredità quasi romantica, disperatamente alla ricerca di un contatto reale, che cerca di mantenere questa connessione seppur a distanza.
Scagliati in una dimensione in cui micro e macro si fondono in una realtà elastica, due corpi la esplorano, mossi verso un incontro involontario.
Incontrandosi ed entrando uno nello spazio intimo dell’altro, iniziano a comunicare e, attraverso un incessante contatto, intrecciano i fili di una connessione infinita creando immagini di esperienze passate, presenti o future che, come ologrammi, prendono vita. Danno così origine ad uno scambio di informazioni che consentirà loro di porre le basi per un’interazione possibile a qualsiasi distanza.
Indagando lo sviluppo scenico di questo concetto, abbiamo individuato una delle forme più emblematiche del contatto umano, “l’abbraccio”, come flusso di energia in grado di connetterci a livello profondo con il prossimo.
testo Tuccio Guicciardini in collaborazione con Carla Tatò mise en espace e progetto Tuccio Guicciardini, Patrizia de Bari, Andrea Montagnani produzione Giardino Chiuso/Orizzonti Verticali
Lo Spazzasuoni è ispirato all’omonimo racconto di J.G. Ballard, ambientato in un futuro distopico dove la tecnologia prende il sopravvento sulle qualità umane e si traduce in uno scontro tra il passato, presente e futuro. Il decadimento di una generazione ne partorisce una nuova che non riconosce e fagocita la prima, senza rimorsi, senza riconoscenza. Due pensieri che discutono animatamente tra loro, consapevoli della ineluttabile conclusione della querelle. Siamo in un mondo in cui la musica, la voce recitata, per come le conosciamo adesso, non esistono più: si ascolta ora, in maniera inconscia, attraverso una tecnica ultrasonica, e il suono rimane intriso nelle stanze dove viene ascoltato; motivo per cui viene istituita una figura di “pulitore”, lo spazzasuoni. Un’attrice, Madame Gioconda, devastata dalla fine della sua carriera e dalle droghe, tenterà una sfiancante e effimera difesa dei suoni, della musica, del pensiero e della scrittura espressa vocalmente, dell’arte “sporcata” dall’esuberanza dei vizi acustici quotidiani e inaspettati ma quindi viva e irripetibile. La nostra Madame Gioconda si nasconde in un rifugio sotterraneo dove i suoni le sembrano protetti, e incessantemente tenterà di replicarli all’infinito; sono suoni pieni di sporcature che si depositano nelle intersezioni del muro, in ogni crepa, in ogni angolo. L’arrivo dello spazzasuoni metterà tutto il suo sforzo in pericolo, tutto rischia di essere ripulito, sterilizzato. Una lotta impari, un destino già scritto?
«Verso mezzanotte l’emicrania di Madame Gioconda si era fatta violenta. Per tutto il giorno le pareti e il soffitto della sala acustica abbandonata avevano echeggiato dell’incessante frastuono del traffico centro cittadino sfrecciante sul viadotto che s’inarcava quindici metri sopra il tetto dello studio, una spasmodica forsennata babele di clacson scalpitanti, pneumatici stridenti, frenate laceranti e motori rombanti che tempestava lungo le scale e i corridoi deserti sino a inondare la sala acustica al secondo piano, appesantendo e inasprendo l’aria avvizzita. Snervanti ma per lo meno impersonali, erano suoni che Madame Gioconda poteva tollerare. Al crepuscolo, però, quando il viadotto s’ammansì, vennero soverchiati dai misteriosi battimani dei suoi fantasmi, l’applauso d’indefinita provenienza che stormiva sul palcoscenico scaturendo dalle tenebre circostanti.
Nato dalle prime file come uno sporadico sfarfallio si propagò in fretta a tutta la sala gonfiandosi a una tumultuosa ovazione in cui lei sorprese d’improvviso una nota di sarcasmo, uno specifico mugghio di scherno che le conficcò in fronte un aculeo lancinante, seguito da un uragano di fischi e sberleffi che saturarono l’aria torturata ricacciandola verso il divano dove lei giacque boccheggiando sgomenta, finché a mezzanotte non giunse Mangon a precipitarsi sul palcoscenico con l’aspirasuoni».
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