Leggieri d’Inverno 2017-2018

TEATRO DEI LEGGIERI
SAN GIMIGNANO 16 DICEMBRE – 29 APRILE XVI EDIZIONE

All’alba del nuovo millennio il Teatro dei Leggieri riapriva le proprie porte alla sua funzione primaria: il Teatro! Dopo sedici anni la stagione invernale Leggieri d’Inverno è ancora viva e sempre in crescita; molti artisti si sono susseguiti sul piccolo palcoscenico del teatro e molti altri ancora ci saliranno per dar concretezza al “pensiero” teatrale, di fondamentale importanza nella nostra “liquida” contemporaneità. L’esistenza di un luogo come il teatro in un paese come il nostro riveste un ruolo centrale e, non a caso, da quando è stato riaperto è diventato un punto di riferimento per la comunità sangimignanese, frequentatissimo dai bambini delle scuole, dalle associazioni cittadine, dalle compagnie amatoriali. Un luogo per la coltivazione del pensiero presente e futuro. Un altro importante tassello per la crescita a del teatro a San Gimignano è stato il connubio tra l’associazione Giardino Chiuso e Fondazione Fabbrica Europa per le arti contemporanee che, nel 2016, vince il bando di accreditamento della Regione Toscana come Ente di rilevanza regionale dello spettacolo dal vivo con sede proprio a San Gimignano. Grazie a questo riconoscimento diventano evidenti i risultati per la continuazione del progetto Leggieri d’Inverno e l’esponenziale crescita del Festival Orizzonti Verticali, per una maggiore programmazione e produzione di teatro e di danza nel nostro territorio. Anche per quest’anno il cartellone de Leggieri d’Inverno sarà articolato e variegato con diverse proposte artistiche: Teatri di Vita con lo spettacolo A porte chiuse ispirato all’omonima opera di Jean-Paul Sartre, Teatro Cargo con Scintille, che ricorda l’incendio nella fabbrica Triangle Waistshirt Company, Gogmagog per la drammaturgia contemporanea con Piccole commedie rurali, EgriBiancoDanza con Simply Dance per le coreografie di Raphael Bianco, Andrea Celeste e Fabio Gorlier con il concerto per voce e pianoforte Into a song, Antonella Questa con Vecchia sarai tu!, spettacolo che riflette con ironia sulla vecchiaia, Giardino Chiuso con la nuova produzione Inverno e un ospite d’eccezione, Darus, mentalista, illusionista e prestigiatore che inaugurerà la rassegna. Per il terzo anno sarà dedicata una specifica sezione della rassegna all’approccio didattico del teatro per i bambini attraverso una serie di letture e incontri con artisti per il “giovane pubblico” con il progetto “Leggieri in piccolo”, in collaborazione con l’Istituto Comprensivo Folgore da San Gimignano. Il nuovo anno si aprirà proprio con la visione dello spettacolo di circo/teatro Bianca + 237 della compagnia Joujoux Folies. Immancabile il debutto dei Comici Ritrovati con la nuova produzione di teatro amatoriale che vede la partecipazione straordinaria di David Riondino. Questo progetto è in collaborazione con il Consorzio della Denominazione San Gimignano con la finalità e la speranza di fondare un’accademia sull’ottava rima a San Gimignano per preservare la memoria proiettandola nella contemporaneità. Marco Lisi, come oramai da consuetudine, curerà gli incontri letterari. Vera “perla” sarà l’incontro con la M° Susanna Egri che, con la sua lunga attività di danzatrice, pedagoga e coreografa, è una delle personalità più singolari del panorama della danza italiana.

CALENDARIO Spettacoli e Incontri


Sabato 16 dicembre dalle ore 20.00 – Teatro dei Leggieri
INAUGURAZIONE LEGGIERI D’INVERNO XVI EDIZIONE
PERFORMANCE DARUS
DESTINO

Sabato 13 gennaio ore 18.00 – Centro Il Bagolaro
INCONTRO CON LA POESIA
POETI FUTURISTI

Domenica 14 gennaio ore 17.00 – Teatro dei Leggieri
TEATRO/CIRCO JOUJOUX FOLIES
BIANCA + 237
…ogni creatura ha la sua misura

Venerdì 19 gennaio ore 21.30 – Teatro dei Leggieri
TEATRO TEATRI DI VITA
A PORTE CHIUSE
Dentro l’anima che cuoce

Domenica 28 gennaio ore 17.00 – Teatro dei Leggieri
TEATRO RAGAZZI / RACCONTI D’INVERNO
LA GRANDE GUERRA TRA LE TACCOLE E I PICCIONI PER
LA CONQUISTA DELLE TORRI DI SAN GIMIGNANO

Sabato 03 febbraio ore 21.30 – Teatro dei Leggieri
TEATRO TEATRO CARGO
SCINTILLE

Sabato 10 febbraio ore 21.30 – Teatro dei Leggieri
TEATRO GOGMAGOG
PICCOLE COMMEDIE RURALI

Sabato 17 febbraio ore 18.00 – Teatro dei Leggieri
INCONTRO CON LA LETTURA
MALEDETTI SANGIMIGNANESI

Sabato 24 febbraio ore 21.30 – Teatro dei Leggieri
DANZA COMPAGNIA EGRIBIANCODANZA
SIMPLY DANCE

Sabato 10 marzo ore 21.30 – Teatro dei Leggieri
MUSICA ANDREA CELESTE & FABIO GORLIER
INTO A SONG

Sabato 17 marzo ore 21.30 – Teatro dei Leggieri
TEATRO COMPAGNIA LAQ-PROD / ANTONELLA QUESTA
VECCHIA SARAI TU!

Sabato 21 marzo ore 21.30 – Teatro dei Leggieri
DANZA GIARDINO CHIUSO
INVERNO

Sabato 28 aprile ore 21.30 – Teatro dei Leggieri
Domenica 29 aprile ore 17.30
TEATRO AMATORIALE I COMICI RITROVATI
PIA DE’ TOLOMEI

L’Imputato non è colpevole_Studio

messa in scena Tuccio Guicciardini, Patrizia de Bari
riduzione teatrale Tuccio Guicciardini
interpreti Annibale Pavone, Sebastiano Geronimo
voci off Igor Horvat, Alessio Martinoli
costumi Marilù Sasso
consulenza storico documentaristica Fulvio Cortese
fotografia Francesco Spagnuolo, Francesca Di Giuseppe
consulenza per la lingua armena Elen Adamyan
produzione Giardino Chiuso, Fondazione Fabbrica Europa
con il contributo di MiC_Ministero della Cultura, Regione Toscana, Comune di San Gimignano_Assessorato alla Cultura
con il patrocinio di Unione degli Armeni d’Italia, Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia

Il 15 marzo 1921 un turco corpulento cammina per le strade di Berlino. Uno studente armeno, Soghomon Tehlirian, lo raggiunge e lo colpisce mortalmente con una pallottola. La vittima era Talaat Pascià, già Ministro degli Interni e uomo forte del governo dei “Giovani Turchi”, rifugiatosi in Germania dopo la sconfitta dell’impero ottomano nel primo conflitto mondiale e ritenuto il principale responsabile del genocidio armeno. Qualche mese dopo, il 2 e 3 giugno 1921, dinanzi alla Corte d’Assise del Tribunale di Berlino, viene celebrato il processo a carico di Tehlirian: dopo un intenso e drammatico dibattimento lo studente armeno viene assolto. Ripercorrere oggi gli atti di quel clamoroso processo, cercando di capire perché un omicida venne assolto e la sua vittima moralmente condannata, consente di cogliere, accanto alle motivazioni politiche da cui scaturì quella sentenza, una serie di inconfutabili dati storici che rendono tuttora attuale e non archiviabile la questione armena. Nella riduzione degli atti processuali, la compagnia mette a fuoco l’intenso interrogatorio di Tehlirian, dove emergono gli orrendi racconti dei massacri perpetuati dai turchi verso la popolazione armena e la continua e inesauribile sofferenza del giovane studente, che lo porterà ad una soluzione drammatica ma “necessaria”. Uno spettacolo che dà voce alla storia e alla natura, molte volte inconcepibile, dell’uomo.
L’ambientazione scenica è scarna, essenziale. I due protagonisti, l’imputato e il Presidente, sono volutamente astratti, fuori da ogni contesto temporale, per sottolineare l’universalità e la ripetitività delle storture e delle aberrazioni umane. Le parole prendono corpo e si concretizzano, nude, come testimonianza scolpita nella pietra. La linea drammaturgica porta ad un quesito fondamentale per le nostre coscienze: quale giustizia è giusta? Quella dei codici, delle norme e delle leggi scritte o quella di un’umanità “universale”, una giustizia intima, che nasce dall’anima. La ricerca di ristabilire quanto meno un’idea plausibile di giustizia, affinché la storia non diventi una farsa totale.

Nella ricorrenza del centenario dell’avvenimento, la compagnia Giardino Chiuso vince il bando Così remoti, così vicini – Nuove idee per un teatro a distanza promosso dalla Fondazione Toscana Spettacolo Onlus (FI) e realizza la digitalizzazione in Realtà Virtuale dello spettacolo (Progetto Oculus. L’imputato non è colpevole).

Per vedere il teaser dello spettacolo clicca sul link: L’imputato non è colpevole

Entanglement_Studio2

creazione e interpretazione Lorenzo di Rocco e Jennifer Lavinia Rosati
musiche Zack Hemsey
produzione Giardino Chiuso/Orizzonti Verticali, Fondazione Fabbrica Europa/PARC Performing Arts Research Centre
nell’ambito del progetto di residenza Orizzonti Verticali_cantiere danza
con il sostegno alla produzione di Twain_Centro di Produzione Danza, PERIFERIE ARTISTICHE_Centro di Residenza del Lazio, COB Compagnia Opus Ballet
con il contributo di MiC_Ministero della Cultura, Regione Toscana

L’idea del lavoro è ispirata al concetto di entanglement, quel misterioso fenomeno della meccanica quantistica definito da Einstein come un’azione a distanza. Affascinati ed incuriositi dal gioco delle particelle che, grazie ad un indefinito legame comunicativo, reagiscono in egual modo seppur distanti tra loro, abbiamo iniziato la ricerca del nostro progetto: un intreccio di essenze e corpi legati da una forza tanto profonda quanto potente, che trascende tempo e spazio, annullando il principio di località.
Attratti dall’analogo rapporto tra microcosmo e macrocosmo, intesi come atomo e uomo, come uno la riproduzione in scala dell’altro, ci siamo avvicinati all’idea che i fenomeni che hanno luogo in un mondo infinitamente piccolo come quello delle particelle possano trasporsi nella nostra realtà. Tra i vari fenomeni di cui siamo venuti a conoscenza, siamo rimasti particolarmente colpiti dall’entanglement quantistico, fenomeno in cui due particelle microscopiche, inizialmente interagenti, possono risultare legate tra loro anche poste a grande distanza l’una dall’altra, come se fossero legate da un intreccio invisibile. Da qui nasce una riflessione che proietta l’entanglement sulle relazioni che si instaurano tra gli esseri umani. Le persone creano costantemente relazioni che influenzano lo status quo emotivo degli uni e degli altri, a prescindere dal modo in cui esse comunichino. Ecco allora l’idea di offrirci come “cavie” del nostro esperimento coreografico: creando un incessante contatto che ci permettesse dapprima di trasferire quante più informazioni lavorando come un unico corpo e poi di continuare a condividerle a distanza, danzando come due particelle nello spazio scenico. Indagando su quello che potrebbe essere a livello quotidiano la forma più emblematica di contatto umano, abbiamo deciso di utilizzare “l’abbraccio” come gesto ricorrente della struttura coreografica, un flusso di energia puro e semplice in grado di connetterci a livello più profondo con il prossimo.

Clicca sul link per vedere il trailer di Entanglement_Studio2

Bianchisentieri

ideazione Tuccio Guicciardini, Patrizia de Bari
coreografia Patrizia de Bari
composizioni originali Sabino de Bari
costume Rosaria Minneci
visual art Andrea Montagnani
elaborazioni sonore Daniele Borri
coproduzione Giardino Chiuso, Fondazione Fabbrica Europa
con il sostegno di MiC_Ministero della Cultura, Regione Toscana
con il patrocinio di Associazione Beni Italiani Patrimonio Mondiale

“Sono una traghettatrice impalpabile, sfuggente, come un animale, un animale raro e diffidente. Trascino con me pagine e pagine di scrittura: parole, segni, speranze, sapere, sogni, visioni, appelli, e pagine, pagine, qualcuna bianca, ancora pura da essere solcata da un tratto che illumini, che innamori e ravvivi le menti o alimenti i ricordi.
Il mio destino, il mio percorso… le mie tracce… al mio passaggio prendono forma come nei sogni, assumono una fisionomia concreta, reale, più reale dei sogni.
Il mio carico è prezioso, delicato, faticoso.
Questo trascino, questo destino che mi condanna a fuggire da luoghi persi immediatamente dalla mia memoria, pronta per accogliere fugacemente altre facce, altri visi, altre espressioni, altri paesaggi. Felice, delusa, ridente o piangente, non importa, il mio destino è scritto, nelle (mie) pagine compagne di questo viaggio. Scappo, per sempre, dai luoghi, dal tempo, lasciando tracce dietro di me al mio passaggio.”

Bianchisentieri indaga, con suggestioni visive e sonore, i temi della conservazione e della trasmissione della memoria del nostro patrimonio culturale. La trasposizione in un’immagine evocativa darà vita ad un “animale” raro, forse già scomparso, che trascina un abito costruito con pagine di libri oramai dismessi, pronti per il macero, come simbolo della memoria del passato e depositari del sapere. Le tracce lasciate dal suo passaggio prenderanno forma, come nei sogni, assumendo una fisionomia concreta; rinasceranno desideri, curiosità e voglia di conoscenza. Bianchi come i fogli e Sentieri come i solchi della scrittura, fonte primaria della trasmissione e del sapere.
L’abito rimanda ad immagini e suoni archetipici: scheletro/armatura/ossatura e mare/vento, in una commistione di elementi naturali come l’acqua, l’aria e la terra.
La performance muta a seconda dei luoghi da cui trae ispirazione e che suggeriscono, di volta in volta, nuove partiture coreografiche, sonore e video ed è stata allestita all’interno di biblioteche, musei, teatri, spazi urbani e altri luoghi; l’artista Andrea Montagnani crea, a seconda degli allestimenti, la parte video.
Bianchisentieri è stato rappresentato per la prima volta nelle foreste secolari del Cansiglio e Somadida con il sostegno del Corpo Forestale dello Stato/Riserva Biogenetica del Cansiglio partecipando a Insilva, un progetto per la valorizzazione delle risorse ambientali, collaborazione che continua tutt’oggi. Nel 2016 inaugura il nuovo Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato in occasione della mostra “La fine del mondo” e nel 2020 diviene motivo ispiratore per la nuova edizione del festival Orizzonti Verticali_arti sceniche in cantiere (San Gimignano), con il progetto Sentieri di carta, dal titolo di una pubblicazione dello scrittore Sebastiano Vassalli con il quale la compagnia ha collaborato a più riprese negli anni e gentilmente concesso per l’occasione dalla casa editrice Pulcinoelefante. Nel 2021 Bianchisentieri riceve il riconoscimento dell’Associazione Beni Italiani Patrimonio Mondiale.

Bianchisentieri non è solo uno spettacolo, ma, grazie alla sua natura altamente adattabile e comunicativa, si presta a percorsi laboratoriali di diverso tipo. Attraverso azioni trasversali, infatti, è possibile svolgere attività di coinvolgimento a vari livelli, che possano rigenerare il senso di comunità e veicolare allo stesso tempo il valore dell’azione culturale.

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Progetto Oculus. L’imputato non è colpevole

messa in scena Tuccio Guicciardini, Patrizia de Bari
riduzione teatrale Tuccio Guicciardini
interpreti Annibale Pavone, Sebastiano Geronimo
voci off Igor Horvat, Alessio Martinoli
giuria Andrea Di Bari, Giuliana Di Bari, Lodovico Guicciardini, Eleonora Macchi, Domenico Nuovo, Simonetta Repetto
produzione video vr Andrea Montagnani, Daniele Sacchi
stiching e post-produzione pupillaquadra
post-produzione audio Incautamente
sviluppo software vr per Panacea srl Marco Giammetti, Vincenzo Fabiano
gestione piattaforma software per Panacea srl Antonella Montibello
costumi e trucco Marilù Sasso
consulenza storico documentaristica Fulvio Cortese
documentazione video e foto Sofia Giuntini, Edoardo Romeo
ufficio stampa Pina Izzi
consulenza per la lingua armena Elen Adamyan
segreteria organizzativa e di produzione Martina Galieni
collaborazione al progetto Donato Montibello
produzione Compagnia Giardino Chiuso, Fondazione Fabbrica Europa
con il contributo di Mic, Regione Toscana, Comune di San Gimignano_Assessorato alla Cultura
con il sostegno di Fondazione Toscana Spettacolo onlus e Regione Toscana – progetto Così remoti, così vicini – Nuove idee per un teatro a distanza
con il patrocinio di Unione degli Armeni d’Italia

Il 15 marzo 1921 un turco corpulento cammina per le strade di Berlino. Uno studente armeno, Soghomon Tehlirian, lo raggiunge e lo colpisce mortalmente con una pallottola. La vittima era Talaat Pascià, già Ministro degli Interni e uomo forte del governo dei “Giovani Turchi”, rifugiatosi in Germania dopo la sconfitta dell’impero ottomano nel primo conflitto mondiale e ritenuto il principale responsabile del genocidio armeno. Qualche mese dopo, il 2 e 3 giugno 1921, dinanzi alla Corte d’Assise del Tribunale di Berlino, viene celebrato il processo a carico di Tehlirian: dopo un intenso e drammatico dibattimento lo studente armeno viene assolto. Ripercorrere oggi gli atti di quel clamoroso processo, cercando di capire perché un omicida venne assolto e la sua vittima moralmente condannata, consente di cogliere, accanto alle motivazioni politiche da cui scaturì quella sentenza, una serie di inconfutabili dati storici che rendono tuttora attuale e non archiviabile la questione armena. Nella riduzione degli atti processuali, la compagnia mette a fuoco l’intenso interrogatorio di Tehlirian, dove emergono gli orrendi racconti dei massacri perpetrati dai turchi verso la popolazione armena e la continua e inesauribile sofferenza del giovane studente, che lo porterà ad una soluzione drammatica ma “necessaria”. Uno spettacolo che dà voce alla storia e alla natura, molte volte inconcepibile, dell’uomo.
Nella ricorrenza del centenario dell’avvenimento, la compagnia Giardino Chiuso produce un allestimento appositamente pensato per la digitalizzazione in Realtà Virtuale (VR) su piattaforma Oculus attraverso la creazione di un’App nativa, realizzata da Panacea, azienda IT specializzata in progettazione e sviluppo di soluzioni in Augmented & Virtual Reality. L’obiettivo della proposta in digitale è quello di offrire la possibilità di partecipazione a distanza ed assicurare esperienze innovative legate al Teatro e alla Danza.
L’ambientazione scenica è scarna, essenziale. I due protagonisti, l’imputato e il Presidente, sono volutamente astratti, fuori da ogni contesto temporale, per sottolineare l’universalità e la ripetitività delle storture e delle aberrazioni umane. Le parole prendono corpo e si concretizzano, nude, come testimonianza scolpita nella pietra. Come contraltare una giuria connotata negli anni ’20, contemporanea agli avvenimenti storico-sociali dell’epoca, assiste al dibattimento. E’ una giuria “grottesca”, consapevole che il verdetto emesso dovrà essere ripetuto ancora, ancora… in tutte le latitudini del mondo, per anni, forse per sempre. La linea drammaturgica porta ad un quesito fondamentale per le nostre coscienze: quale giustizia è giusta? Quella dei codici, delle norme e delle leggi scritte o quella di un’umanità “universale”, una giustizia intima, che nasce dall’anima. La ricerca di ristabilire quanto meno un’idea plausibile di giustizia, affinché la storia non diventi una farsa totale.
Il progetto prevede, in un secondo momento, una serie di arricchimenti con la creazione di apposite aree di approfondimento, che aiuteranno ad avere una visione quanto più completa sul delicato argomento trattato. Vista la rilevanza internazionale dei fatti narrati, lo spettacolo sarà prodotto anche con un doppiaggio in lingua inglese. Indubbiamente il teatro è fatto dall’alchimia che si crea tra pubblico ed attori in un determinato istante e in un determinato luogo. La ricerca è quella di esplorare altri “spazi” teatrali che, senza sostituire l’unicità del teatro, si muovano in percorsi paralleli attraverso nuovi linguaggi.

Il progetto è realizzato in collaborazione con Panacea srl – Affari e Servizi, azienda innovativa senese specializzata nella progettazione e nello sviluppo di soluzioni nel campo dell’IT e dell’Extended Reality.

Video Estratto Trailer

Rassegna stampa Francesca Joppolo | Wall Street International Magazine

Pinocchio

new 2026 production

choreography by  Patrizia de Bari dramaturgy by Tuccio Guicciardini cast to be announced set design and video by Andrea Montagnani press and media relations by Pina Izzi costumes by Santi Rinciari/Opificio della Moda e del Costume and Marilù Sasso sound design by Daniele Borri scenic element by Takeshi Tamashiro / Lautak coordination of the project by Rosanna Brocanello technical management by Saverio Cona production by Giardino Chiuso COB/Opus Ballet coproduction by Fondazione Fabbrica Europa Versiliadanza in collaboration with Fondazione Teatro della Toscana/Teatro della Pergola project supported by Fondazione del Maggio Musicale Fiorentino/Opera di Firenze and NCA.Small Theatre Yerevan with the contribution of MiC_Ministry of Italian Culture, Tuscany Region

Giardino Chiuso Company and COB/Opus Ballet Company began, in 2018, an artistic collaboration to create a dance-theatre performance based on one of the masterpieces of world literature: Pinocchio. The famous wooden puppet has inspired countless stage interpretations — from theatre to dance, from musical to cinema — with varying degrees of success, dramaturgical precision, and respect for Collodi’s fantastic and controversial character. Yet it is precisely this chameleon-like quality that has ensured Pinocchio’s enduring success. Dissected, reduced, distorted, reinvented — Pinocchio always manages, like the mischievous rascal he is, to maintain his integrity, his impertinent puppet’s gaze, his good name. It is thanks to this interpretative generosity that our work also seeks to bring his world to life once again, but with a distinctly imaginative and symbolic direction. Pinocchio takes shape, molded by contemporary expressive needs — once again, the wooden log comes to life to tell its story from a renewed and different perspective.

The staging draws inspiration from On the Marionette Theatre by Heinrich von Kleist, the German poet, playwright, and writer. His philosophical vision allows us to place our Pinocchio within an intuitively recognizable framework: the marionette exists between the divine and the earthly, constantly recreating that unique and unrepeatable moment often associated with the work of art itself — the same supersensible condition as that of the artist, who perceives reality from alternative viewpoints. This magical wood, therefore, mysteriously and consciously appears in Mastro Geppetto’s workshop, awaiting the marvelous, intricate, and fantastic birth of a character who unmistakably transcends the everyday, immediately ready to escape toward discovery, driven by a naïve curiosity to become part of the world. Sincere yet mischievous toward humanity, Pinocchio — who, in this interpretation, mirrors the figure of the artist — observes everything around him with curiosity and expectation. Yet his misadventures and his longing for freedom will ultimately lead him to surrender completely to the material world, choosing to become flesh and blood, accepting anonymity within mass society — effectively sacrificing his “divine” essence for a human one. Scenes follow one another relentlessly, in fantastic and perilous journeys through sensations, emotions, affection, justice, uncertainty, friendship, betrayal, joy, tears, poverty, and honesty. A Pinocchio who, like the artist, looks at the world as if for the very first time — with innocent and ever-curious eyes. A pure soul.

Dance, spoken word, video, and music carry the audience into a suspended, engaging, and magical dimension, striving to narrate and defend Pinocchio’s intrinsic freedom. Our work unfolds in a constant interplay of light and shadow, evoking Collodi’s time through its atmosphere and imagery, while simultaneously projecting the performance into the contemporary world — through an abstraction that is essential to our artistic identity. The video component, strictly in black and white, reintroduces the original illustrations by Enrico Mazzanti from the first edition of the book, published in 1882.

 

nuova produzione 2026

coreografia Patrizia de Bari drammaturgia Tuccio Guicciardini con la partecipazione di Virginio Gazzolo interpreti Tamara Aydinyan, Leonardo Diana, Lorenzo Di Rocco, Isabella Giustina, Gianmarco Martini Zani, Stefania Menestrina, Giulia Orlando, Riccardo Papa, Françoise Parlanti, Jennifer Rosati scenografia e video Andrea Montagnani costumi Santi Rinciari/Opificio della Moda e del Costume sound design Daniele Borri ideazione e realizzazione elemento scenico Takeshi Tamashiro/Lautak aiuto costumista Marilù Sasso direzione tecnica Saverio Cona coordinamento progetto Rosanna Brocanello produzione Giardino Chiuso e COB/Opus Ballet coproduzione Fondazione Fabbrica Europa per le arti contemporanee e Versiliadanza in collaborazione con Fondazione del Maggio Musicale Fiorentino e NCA.Small Theatre, Yerevan con il sostegno di MiC, Regione Toscana

Il progetto artistico della compagnia Giardino Chiuso, in collaborazione con COB/Compagnia Opus Ballet, inizia nel 2018 con la volontà di creare uno spettacolo di teatro danza su uno dei capolavori della letteratura: Pinocchio.
Riproporre un Pinocchio in danza non è mai banale; sul celeberrimo burattino di legno sono state prodotte innumerevoli letture sceniche, dal teatro alla danza, dal musical al cinema, con più o meno fortuna, con più o meno correttezze drammaturgiche, con più o meno rispetto per il fantastico e controverso personaggio collodiano. Ma è proprio questa facoltà camaleontica che ha contribuito a costruire il suo indiscusso successo. Sezionato, ridotto, stravolto, rivolto, Pinocchio riesce sempre, da buona “birba”, a mantenere la sua coerenza, il suo impertinente sguardo di burattino. Il suo buon nome!
Grazie a questa generosità interpretativa anche il nostro lavoro vuole far rivivere il suo mondo, ma con una distinta direzione immaginifica e simbolica: Pinocchio si forma, si modella sulle necessità espressive contemporanee, ancora una volta il ceppo di legno prende vita per raccontarsi sotto una luce nuovamente diversa.
Le parole di Kleist tratte dal “Teatro delle marionette” che aprono lo spettacolo, affidate all’interpretazione di Virginio Gazzolo, ci danno l’opportunità di collocare il nostro Pinocchio in una lettura intuitivamente riconoscibile. La marionetta si inserisce tra il divino e il terreno, ricreando continuamente quella fase irripetibile che viene spesso coniugata con l’opera d’arte, la stessa condizione soprasensibile dell’artista, che percepisce la realtà con altri punti di vista.
Questo legno magico, quindi, misteriosamente e consapevolmente appare nella bottega di Mastro Ciliegia, in attesa di una nascita meravigliosa, intricante e fantastica di un personaggio che trascende inequivocabilmente dal quotidiano e immediatamente pronto per una fuga verso la scoperta e la ingenua curiosità di far parte del mondo.
Sincero e dispettoso verso l’umanità, Pinocchio, che in questa lettura è il riflesso dell’artista, scruta curioso e pieno di aspettative tutto quello che accade intorno a lui. Ma le sue disavventure e la sua voglia di libertà lo porteranno, suo malgrado, ad assoggettarsi completamente al mondo terreno, scegliendo di diventare di carne e ossa e accettando l’anonimato nella massificazione, praticamente suicidando la sua parte “divina” per quella umana.
Le scene si susseguono incessantemente, senza tregua, in viaggi fantastici e perigliosi alla scoperta delle sensazioni, degli affetti, della giustizia, dell’incerto, dell’amicizia, del tradimento, del divertimento, delle lacrime, della povertà, dell’onestà. Danza, parola, video, musica portano lo spettatore in una dimensione sospesa, coinvolgente e magica cercando di raccontare e difendere la libertà intrinseca di Pinocchio. Un Pinocchio che, come l’artista, guarda il mondo come fosse sempre la prima volta, con occhi ingenui e sempre curiosi. Un’anima pura.

Clicca sul link per vedere un estratto di Pinocchio

Inverno

coreografia Patrizia de Bari
musica originale per violoncello Julia Kent
danza Françoise Parlanti
drammaturgia Tuccio Guicciardini
elementi scenici e live visuals Andrea Montagnani
luci Mario Mambro
assistente alla produzione Jenifer Zuggò
foto di scena Francesca Di Giuseppe, Francesco Spagnuolo
coproduzione Giardino Chiuso/Orizzonti Verticali/Fondazione Fabbrica Europa

Inverno si addentra nelle tematiche e nelle suggestioni legate a questa stagione della natura mettendole in relazione alla stagione del ciclo della vita. Lo spettacolo si sviluppa tra questi due piani, in un dialogo continuo tra il reale e il simbolico.
La pièce è parte di un lavoro in progress sulle stagioni, che scandiscono la nostra quotidianità con ritmi temporali certi e in qualche modo rassicuranti, ma ineluttabili. Questo scorrere del tempo ci suggerisce una riflessione sul suo avanzamento inarrestabile, stimolando la ricerca di come il linguaggio scenico possa restituirne la sua percezione, il suo defluire inesorabile e, in una visione più ampia, trovare un senso alla ciclicità.
Il percorso narrativo dello spettacolo si focalizza sull’attesa, sulla stasi forzata, dove la materia del freddo si insinua impalpabile, alla ricerca di una risposta, di un futuro, di un altrove. In inverno sembra che il paesaggio si fermi mentre tutt’intorno il tempo continua, incessante, il suo defluire. La metafora tra l’esistenza umana e l’inverno di un nostro tempo, sia esso la fine ineluttabile del ciclo vitale o il momento di passaggio ad una condizione altra, genera contrapposizioni tra la visione gelida, arida e desolata e un’atmosfera di riposo e intimità, che ci proietta in un destino comune di immobilità, in luoghi nebbiosi dell’anima.
Un unico elemento scenico come contenitore della memoria, del ricordo, delle esperienze vissute, crea un dialogo indissolubile con l’interprete; un bagaglio importante, ingombrante, pesante, dal quale non riesce a liberarsi, ma che forse custodisce le risposte ricercate. Le immagini video, che si susseguono incessantemente, riflettono uno stato d’animo complicato, sospeso tra il ricordo e la rassegnazione, tra la paura e la speranza, passando da ambientazioni vorticose ad altre di estrema essenzialità. Le composizioni di Julia Kent nascono durante il processo creativo e si inseriscono nella drammaturgia dando voce, con la loro struttura ciclica, al trascorrere di un tempo che ritorna, con sonorità ora lievi e sospese, ora estreme e ridondanti. Il lavoro si basa su una rigorosa partitura in cui ogni linguaggio concorre a creare immagini evocative, disegnando uno spazio scenico dai colori invernali in continua trasformazione.
Nel 2018 si concretizza la collaborazione con il pittore Pino Chiezzi che avvia uno studio pittorico ispirato alle geometrie gestuali della coreografia; ne nasce la mostra Danzaconforme, a cura di Roberto Mastroianni e presentata alla Galleria Liconi Arte (TO), dal titolo “Melissa d’Inverno”.

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Il Supermaschio

di Alfred Jarry
adattamento teatrale Sebastiano Vassalli
regia Tuccio Guicciardini
movimenti Patrizia de Bari
con Annibale Pavone, Camilla Diana
elementi scenici e video Andrea Montagnani
costumi Marilù Sasso
con il sostegno di Regione Toscana
coproduzione Festival Orizzonti Verticali
con il sostegno di Fondazione Fabbrica Europa per le arti contemporanee

Nel 2013, anno della ripubblicazione del romanzo di Alfred Jarry “Il Supermaschio” (Bompiani), lo scrittore Sebastiano Vassalli cura un’efficace riduzione per il teatro, edita da Interlinea Edizioni.
Tra i suoi romanzi Il Supermaschio occupa un posto tanto particolare che, poco prima di morire, Jarry non riusciva a togliersi di mente l’immagine inquietante del suo protagonista. Nel teatro dell’assurdo e della debolezza umana di Jarry quindi non c’è posto soltanto per il deforme Ubu, creatura crudele, codarda e grottesca, ma l’autore ci propone anche il suo alter ego, il “supermaschio”, ferreo esecutore del paradosso secondo cui “L’amore è un atto senza importanza perché lo si può fare all’infinito”. Camuffato dietro le sembianze di un mediocre individuo, il protagonista Andrè Marcueil è “un soldo d’uomo”. Porta giacchette striminzite, occhialini a pince-nez e colletti alti. Si pettina con la scriminatura. Sembra un impiegato di terz’ordine, una nullità, ma quando si trasforma in “supermaschio” è “l’Indiano”: un uomo muscoloso, tatuato e rosso di pelle, in grado di compiere imprese ai limiti dell’incredibile e dell’impossibile. Ellen Elson è “un soldo di donna”. Anche lei, però, ha una personalità segreta e dalle risorse nascoste. Anche lei ha un’anima di “superfemmina” e può rivelarla. La grande scommessa è lanciata: superare il favoloso record di amplessi dell’indiano “tanto celebrato da Teofrasto”. La vicenda grottesca per superare il record s’intreccia ad un indimenticabile “cinque giorni” su pista durante la quale un treno e una quintupletta a pedali, più un nano e un’ombra, gareggiano su una distanza di diecimila miglia.
Romanzo d’anticipazione, di fantascienza, dell’assurdo, dell’orrore? Risata sull’amore moderno ed elogio delle grandi velocità? Lamento ghignante sul destino dell’uomo? Patafisica come “scienza delle soluzioni immaginarie”? Il Supermaschio è questo ed altro.
In scena un attore e una danzatrice si immergono in un racconto di parola, movimento e immagini in un gioco di verità e finzione. I piani di realtà si intrecciano e si dipanano, si scontrano e si abbracciano. Le proiezioni video amplificheranno l’immaginario dello spettacolo. L’incredibile vena anticipatrice di Jarry colloca la vicenda in una contemporaneità sorprendentemente attuale… forse anche noi stiamo fluttuando in un mondo “patafisico” senza accorgercene.

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Il Soldatino di Piombo

con Alessio Martinoli, Lorenzo di Rocco, Jennifer Rosati
coreografia Patrizia de Bari
regia Tuccio Guicciardini
video Andrea Montagnani
foto di scena Simone Falteri
produzione Giardino Chiuso
con il sostegno di Regione Toscana
e in collaborazione con MART Museo di Trento e Rovereto

La performance è ispirata al racconto “Il Soldatino di Piombo” di Sebastiano Vassalli ed è tratta dallo spettacolo Macchine della compagnia Giardino Chiuso.
L’episodio del Soldatino di Piombo narra la tragica storia di un militare al comando di un avamposto in una zona di guerra, un checkpoint senza tempo né luogo. All’improvviso, all’orizzonte, appare una vecchia Peugeot che si avvicina traballante al posto di blocco senza nessuno alla guida. La paura di un’autobomba telecomandata innesca la procedura standard: l’inevitabile e immediata distruzione della macchina. La decisione non può più essere procrastinata, l’ordine deve essere eseguito senza ripensamenti: SPARA! Si scoprirà poi che all’interno c’erano due bambini; avevano trovato la vecchia auto aperta e l’avevano messa in moto, una stupidaggine! Il soldatino al comando del presidio militare rimarrà sconvolto da quell’incidente, diventò di piombo. Da quel momento la sua mente si offusca, le sue domande rimangono senza risposta, in un continuo e perpetuo borbottio: ”I miei pensieri sono quelli di un altro, le parole che dico, è come se a pronunciarle fosse un altro… cosa mi succede?”.
La sua convalescenza in un ospedale militare sarà inesorabilmente lunga, una condanna senza appello. Sulla scena i due interpreti maschili rimandano l’immagine di una personalità dissociata in una visione rigorosa e narrativa che crea suggestioni attraverso i linguaggi della danza, del gesto, della parola, del video. L’unica figura femminile rimarrà, in un sentimento misto tra pietà e rifiuto, testimone muta dell’agghiacciante racconto. Una pièce tagliente e cruda, come del resto suggerisce la scrittura di Vassalli, che scarnifica il tema dell’identità passando dalle tragedie personali, intime, a quelle di massa. Dal 2019 il racconto è stato inserito nelle antologie scolastiche di letteratura italiana.

Lo spettacolo, nella versione integrale Macchine, indaga il rapporto tra le automobili e l’uomo in un viaggio immaginifico, dove i video e i suoni sfrecciano sulla scena e interagiscono con i protagonisti umani spogliati della propria identità. Qualsiasi oggetto rotolante è considerato un’appendice umana: se nell’antichità le armature epiche degli eroi mitologici incutevano timore, oggi a suscitare ammirazione e soggezione sono le macchine, le nuove armature che definiscono la nostra identità, il nostro ruolo sociale.
La tecnica trasforma l’uomo in qualcosa d’altro, in un automobilista dotato di corazze e ruote; questo pensiero è evocato dalle parole di Sebastiano Vassalli, in particolare dal perturbante concetto di metamorfosi che emerge dal suo libro “La Morte di Marx e altri racconti” (Einaudi 2006; prima edizione BUR 2019) dal quale sono tratti i testi dello spettacolo. Come il kakfiano eroe de La metamorfosi anche noi, ora, abbiamo il nostro guscio d’acciaio, ossia l’automobile, per lo più accessoriata; un guscio dove la vita e la morte si incontrano in un labile equilibrio.

Cappuccetto Rosso

messa in scena Tuccio Guicciardini
coreografia Patrizia de Bari
interpreti Alessandra Padelletti Coda, Adele Biagi
video Andrea Montagnani
voce Annibale Pavone
musiche Paganini, Beethoven, Mozart, Liszt, Tchaikovsky
foto di repertorio Roberto Ricci – Teatro Regio di Parma
produzione Compagnia Giardino Chiuso
con il sostegno di Regione Toscana
in collaborazione con Fondazione Toscana Spettacolo

Spettacolo storico della compagnia di teatro danza per bambini e famiglie, dai 4 anni.

Cappuccetto Rosso è un personaggio fiabesco famoso in tutto il mondo. Molte sono le varianti della storia che però non ne modificano il sottotesto e la morale, da quelle popolari, come “La finta nonna” dalla raccolta Fiabe Italiane di Italo Calvino, fino alle più note versioni di Charles Perrault “Chaperon Rouge” e quella dei fratelli Grimm.
Lo spettacolo, ispirato alla scrittura dei Grimm, è incentrato sulla capacità magica del movimento di amplificare le parole della favola. Con la creazione di immagini e momenti di forte suggestione teatrale i bambini, ma anche gli spettatori più adulti, potranno scoprire e avvertire immediatamente la magia del teatro. La messa in scena, che ha debuttato in un primo studio nel 2008, ha mantenuto una composizione drammaturgica che si snoda attraverso i vari linguaggi della danza, immagini video, musica e parola.
Una tenera “piccola” artista sulla scena attraverserà un bosco dai mille colori, incontrerà un lupo dai grandi occhi e ci trasporterà, insieme alle due figure femminili della mamma e della nonna, in un viaggio fantastico tra sogno e realtà; uno spettacolo che apre uno spazio dell’immaginario anche grazie all’utilizzo della macchineria teatrale tra sipari, ombre cinesi e marionette stimolando nei bambini una curiosità creativa e alimentando, oltre ad arricchirne la conoscenza, la loro fantasia.

Hanno interpretato negli anni il ruolo della mamma: Rosanna Pingani, Eleonora Chiocchini e nel ruolo di Cappuccetto Rosso: Alyssa Vecchiarelli, Rebecca Siciliano, Laudomia Delli Guicciardini.

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