Le troiane. Il silenzio del pianto

da Le troiane di Euripide
traduzione di Edoardo Sanguineti

regia Tuccio Guicciardini
movimenti Patrizia de Bari
elementi scenici Andrea Montagnani
luci Lucilla Baroni

 

“L’espressione più indifferenziata, impotente della lingua, che contiene solo il fiato sensibile” (Benjamin)

L’utilizzo attento del movimento, nella nostra messa in scena delle Troiane di Euripide, diventa una necessaria transizione allo sviluppo della tragedia e sarà la chiave di interpretazione là dove la fisicità sostituirà la parola. Una parola che scivola nell’epopea rovesciata di questa poesia che tende al lamento, che diventa puro lamento, che tende al silenzio. Nel corpo degli attori si misura così, secondo l’arco delle peripezie della tragedia, la transizione dalla parola al fiato: al silenzio.
In particolare il fenomeno, nelle Troiane, si manifesta con una specie di autogerminazione dell’immagine; dimostra come Euripide accarezzi con l’immaginazione ciò che racconta e indugi nella descrizione senza curare troppo il dettaglio narrativo.
Sulla scena, composta da pochi oggetti, domina l’elemento “sale”, funesto anticipatore dell’epilogo della tragedia, della distruzione della città. Lo spargimento del sale sarà l’ultimo suono udibile prima che il deserto si appropri della terra e delle inesauribili lacrime mai completamente represse.
Raccontando e descrivendo lo sviluppo drammaturgico delle Troiane in una serie di quadri solo formalmente connessi l’uno con l’altro, si lascia l’emozione all’immaginazione e al silenzio, dove “chi assiste deve essere in grado di comprendere il muto e udire il taciturno…”
In una tragedia come Le Troiane c’è una concezione del mondo che non lascia spazio a un intervento sulla realtà esterna e trova il suo sbocco naturale nel lamento. Una vera e propria “poetica del pianto”.

“È pazzo il mortale che saccheggia le città
e le chiese e le tombe, le cose sacre dei defunti,
e ne fa un deserto: e dopo, è lui che è andato in rovina”

Lo spettacolo ha debuttato ai Festival Magna Grecia e Segesta nel 2007, registrando ovunque il tutto esaurito.

Prometeo e l’Aquila

di Piero Bevilacqua

con Virginio Gazzolo e Patrizia de Bari
regia Tuccio Guicciardini
coreografia Patrizia de Bari
musiche originali Raffaele Brancati, Gennaro De Rosa, Luca Marino
video Andrea Montagnani
scenografia e luci Loris Giancola

“L’Aquila che all’alba giunge in cima alla rupe dove Prometeo è incatenato non è l’aguzzina che divorava ogni giorno il suo fegato. Nessuno, ormai da tempo, tormenta più quel prigioniero, dimenticato anche dagli Dei, che sembra abbiano abbandonato la Terra. L’uccello è una creatura misteriosa, in fuga da nemici che gli danno la caccia, forse sopravvissuta a un’oscura catastrofe. Tra i due si apre un dialogo, che dura per tutto l’arco del giorno. In un contrappunto spesso teso e aspro, Prometeo – che sostiene le ragioni dell’umana liberazione, grazie alla tecnica – si scontra con gli esiti storici del dominio tecnologico sulla natura e sulla vita che l’Aquila non manca di rappresentargli e di rimproverargli. In un confronto che si fa sempre più serrato e drammatico i due attraversano i grandi temi della guerra, dell’amore, della morte, rappresentando, in forma d’incomponibile contrasto i conflitti e i dilemmi che lacerano l’odierna condizione umana.”

Piero Bevilacqua

Virginio Gazzolo nelle vesti di Prometeo innesca un incalzante dialogo con l’Aquila, accompagnato da una partitura musicale percussiva appositamente composta. L’incontro/scontro tra parole e musica genera visioni sul conflitto tra natura e artificio, visioni che si materializzano nei video che supportano l’essenziale costruzione scenica. La parola e il suono mutano in un paesaggio immaginifico dentro il quale l’Aquila si sdoppia per diventare corpo dinamico nell’azione di una danzatrice, che con il gesto tenta di decodificare la complessa potenza della parola. I ritmi innescati dai diversi linguaggi presenti sulla scena diventano serrati e coinvolgenti, non concedono tregua e dipanano sotto i nostri occhi due visioni conflittuali delle cose e della storia umana, sottolineando marcatamente lo spietato dialogo tra l’Aquila e il Titano incatenato. Prometeo e l’Aquila sviluppa un tema intricato, in cui il vero e il falso, il giusto e l’ingiusto, il buono ed il cattivo non sono immediatamente ed assolutamente distinguibili e mette a nudo tutte le angosce, le contraddizioni, le minacce presenti nella nostra contemporaneità.
Il lavoro debutta al Festival Magna Grecia Teatro, per il testo dello storico e saggista Piero Bevilacqua, già professore ordinario di Storia contemporanea all’Università di Roma «La Sapienza» che per l’occasione si presta al teatro. Una drammaturgia complessa e intrigante che rilegge l’antico mito di “Prometeo” che rappresenta fin dall’antichità la metafora del potere dell’uomo sulla natura in chiave contemporanea: una parabola del progresso con il suo rovescio e i conseguenti dilemmi.

Lo Spazzasuoni – Suono uno

ispirato all’omonimo racconto di J. G. Ballard

testo Tuccio Guicciardini
in collaborazione con Carla Tatò
mise en espace e progetto Tuccio Guicciardini, Patrizia de Bari, Andrea Montagnani
produzione Giardino Chiuso/Orizzonti Verticali

Lo Spazzasuoni è ispirato all’omonimo racconto di J.G.  Ballard, ambientato in un futuro distopico dove la tecnologia  prende il sopravvento sulle qualità umane e si traduce in uno  scontro tra il passato, presente e futuro. Il decadimento di  una generazione ne partorisce una nuova che non riconosce e  fagocita la prima, senza rimorsi, senza riconoscenza. Due  pensieri che discutono animatamente tra loro, consapevoli  della ineluttabile conclusione della querelle. Siamo in un mondo in cui la musica, la voce recitata, per come le conosciamo adesso, non esistono più: si ascolta ora, in maniera inconscia,  attraverso una tecnica ultrasonica, e il suono rimane intriso nelle stanze dove viene ascoltato; motivo per cui viene istituita  una figura di “pulitore”, lo spazzasuoni. Un’attrice, Madame  Gioconda, devastata dalla fine della sua carriera e dalle droghe, tenterà una sfiancante e effimera difesa dei suoni, della  musica, del pensiero e della scrittura espressa vocalmente, dell’arte “sporcata” dall’esuberanza dei vizi acustici quotidiani e inaspettati ma quindi viva e irripetibile. La nostra Madame Gioconda si nasconde in un rifugio sotterraneo dove i suoni le sembrano protetti, e incessantemente tenterà di  replicarli all’infinito; sono suoni pieni di sporcature che si  depositano nelle intersezioni del muro, in ogni crepa, in  ogni angolo. L’arrivo dello spazzasuoni metterà tutto il suo  sforzo in pericolo, tutto rischia di essere ripulito,  sterilizzato. Una lotta impari, un destino già scritto?

«Verso mezzanotte l’emicrania di Madame Gioconda si era fatta violenta. Per tutto il giorno le pareti e il soffitto della sala acustica abbandonata avevano echeggiato dell’incessante frastuono del traffico centro cittadino sfrecciante sul viadotto che s’inarcava quindici metri sopra il tetto dello studio, una spasmodica forsennata babele di clacson scalpitanti,  pneumatici stridenti, frenate laceranti e motori rombanti che tempestava lungo le scale e i corridoi deserti sino a inondare la sala acustica al secondo piano, appesantendo e inasprendo l’aria avvizzita. Snervanti ma per lo meno impersonali, erano suoni che Madame Gioconda poteva tollerare. Al crepuscolo, però, quando il viadotto s’ammansì, vennero soverchiati dai misteriosi battimani dei suoi fantasmi, l’applauso d’indefinita provenienza che stormiva sul palcoscenico scaturendo dalle  tenebre circostanti.

Nato dalle prime file come uno sporadico sfarfallio si propagò  in fretta a tutta la sala gonfiandosi a una tumultuosa ovazione in cui lei sorprese d’improvviso una nota di sarcasmo, uno specifico mugghio di scherno che le conficcò in fronte un  aculeo lancinante, seguito da un uragano di fischi e sberleffi che saturarono l’aria torturata ricacciandola verso il divano dove lei giacque boccheggiando sgomenta, finché a mezzanotte non giunse Mangon a precipitarsi sul palcoscenico  con l’aspirasuoni».

Le oscure qualità ch’amor mi dona

liberamente ispirato alla Vita nova
con Virginio Gazzolo

Bianchisentieri
ideazione Tuccio Guicciardini, Patrizia de Bari
coreografia Patrizia de Bari
visual Andrea Montagnani/pupillaquadra
composizioni originali Sabino de Bari
interprete Jennifer Lavinia Rosati
costume Rosaria Minneci
produzione Giardino Chiuso, Fondazione Fabbrica Europa
in collaborazione con Festival Dante2021
con il sostegno di MiC_Ministero della Cultura, Regione Toscana
con il patrocinio di Associazione Beni Italiani Patrimonio Mondiale

Le oscure qualità ch’Amor mi dona, dal secondo verso con cui il Poeta completa la descrizione del proprio stato amoroso, trae ispirazione dalla Vita nova, e Virginio Gazzolo, già premio Dante-Ravenna 2013, presta ancora una volta la propria maestria di interprete alla parola dantesca. Nasce da questa esperienza il connubio con Bianchisentieri, una narrazione coreografica e simbolica rappresentata attraverso danza, video, scenografia. In un intersecarsi di linguaggi diversi ma accomunati da una stessa matrice, che passa dalla parola scritta, evocata, a quella parlata e filtrata attraverso l’arte della recitazione, la nostra traghettatrice, nel suo continuo peregrinare, incontra la parola di Dante, in una perfetta alchimia. Il lavoro debutta al festival Dante2021 a Ravenna nel settembre 2021.

“Uno strano essere (animale? vegetale?) si aggira fra di noi, umani del 21° secolo, trascinandosi dietro un fardello di segni alfabetici privi di senso, testimonianza di una sapienza perduta: geroglifici che, danzando in silenzio, si uniscono fino a tracciare il disegno di tre parole antiche:

INCIPIT VITA NOVA

E queste mute parole scritte lentamente prendono corpo e voce: inizia così il racconto di una storia di sogni, di estasi, di visioni.
E’ un storia di amore e morte: Dante e Beatrice.
Ed è anche un canto: di speranza in una nuova vita.”

Virginio Gazzolo

Giardino dell’ex Conservatorio di Santa Chiara

Giardino claustrale, hortus conclusus, paradiso privo del peccato e contrapposto al bosco popolato da bestie feroci, ma anche orto
dei semplici in cui ancora oggi ricrescono spontaneamente alcune piante medicinali presenti nei ricettari del Monastero, poi Conservatorio,
che le Clarisse usavano ammannire in unguenti e pomate, liquori e confetture. Il taglio dell’erba primaverile sprigiona l’aroma intenso dell’artemisia, della malva, della mentuccia, della tussillaggine, dell’iperico ‘cacciadiavoli’, dell’issopo e del tanaceto emmenagogo immersi nel trifoglio bianco.

Giardino Razzi

Il giardino era conosciuto all’inizio del Novecento come l’ortino di Gimignano, nonno dell’attuale proprietaria Elisabetta: il terreno era diviso in piccole aiuole adibite alla coltivazione di pomodori, patate e soprattutto di fragole. Gimignano assegnò una parte dell’orto al figlio Giovanni e proprio in quella sezione, piantando un nocciolo di albicocca, crebbe un bellissimo albero. La figlia di Giovanni, Elisabetta ha continuato la tradizione di famiglia raccogliendo dal territorio circostante semi e piante da ospitare nel proprio giardino.

Giardino Beconcini

L’orto prende il nome dalla famiglia dei proprietari ed è situato al pino terra del locale dove i Beconcini avviarono prima una falegnameria poi, dal 1965, il negozio di artigianato toscano tutt’oggi in attività. Dalle varie angolazioni dell’orto è possibile scorgere, oltre all’imponente Torre Grossa, gran parte delle altre caratteristiche torri. Ma l’aspetto peculiare dell’orto è sicuramente la vite a pergola visibile anche dalla strada sottostante dove, ogni fine estate, matura una gustosissima uva da tavola.

Giardino Niccolai

Giardino privato modernizzato e ben curato, appartenuto alla famiglia Checcucci, giunta a San Gimignano poco prima del 1853.
Sicuramente un orto di sussistenza come tanti altri per assicurare in passato il cibo in caso di necessità.

Giardino del Monastero di San Girolamo

Il Giardino della Magione di San Jacopo al Tempio, appartenuto fin dall’XI secolo ai Templari, all’indomani della soppressione dell’ordine nel 1311 passò in varie mani fino alla metà del Seicento, quando venne concesso per enfiteusi (affitto in perpetuo in cambio di prodotti molto preziosi per l’epoca, quali latte e cera) alle monache di clausura del Monastero di San Girolamo. In tale occasione fu costruito il passaggio sopraelevato che tutt’oggi collega il monastero al giardino: infatti, fino al 1998 le monache non potevano passare dalla strada pubblica.

Rocca di Montestaffoli

Realizzata per volere dei Fiorentini nel 1353, proprio quando San Gimignano chiese protezione alla città di Firenze contro attacchi esterni. Oggi sede del Museo della Vernaccia di San Gimignano. Il parco esterno è un’oasi verde racchiusa tra le mura.

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